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September 21st, 2017
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Convegno di Bologna: Luciano Monzali, la Dalmazia che rinasce come “araba fenice”

Bologna

Luogo: Bologna

Continua ad affascinare, e ad aprire nuovi scenari, il dibattito sulle vicende del nostro territorio nell’Ottocento e Novecento. “Fenice che risorge dalle ceneri, ovvero gli Italiani di Dalmazia” così ha voluto intitolare il prof. Luciano Monzali, storico, docente universitario, il suo intervento svolto a Bologna nell’ambito del convegno scientifico voluto dalla Federazione degli Esuli e dal CDM, ospitato ed organizzato nella città emiliana a cura dell’Accademia delle Scienze. A coordinare i lavori è stato il prof. Giuseppe de Vergottini. Oltre a Monzali hanno partecipato gli storici Marina Cattaruzza (Università di Berna) e Fulvio Salimbeni (Università di Udine-Gorizia) e numerosi ospiti che hanno dato vita al dibattito.
Ogniqualvolta il prof. Monzali (Università di Bari) affronta il tema della Dalmazia, si spalancano le porte su nuovi orizzonti, si palesano documenti inediti e chiavi di lettura di una realtà di nicchia che spesso forniscono nuovi elementi per la comprensione e la spiegazione dei fenomeni che hanno determinato le sorti di quella realtà. Così è stato anche durante il convegno bolognese.
Due le vicende affrontate: il “destino” degli esuli e la condizione degli italiani rimasti nelle città dell’Adriatico orientale. La prima domanda alla quale cerca di dare risposta è il perchè dell’esodo.
E’ una reazione alle imposizioni del comunismo e per comprenderlo bisogna considerare l’esodo più ampio che dal 1943 al “50 comprende anche tedeschi del Banato ed anticomunisti Serbi, croati e Sloveni.
Ma non tutti gli Italiani dalmati se ne vanno: chi ha partecipato alla resistenza, chi si sente legato più alla Piccola Patria dalmata che a quella “Grande” d’Italia, i misti, donne italiane sposate con dei croati, gli anziani. Rimangono piccoli gruppi a vivere nella Jugoslavia comunista con grandi difficoltà. Il regime accetta la loro presenza ma con un ruolo subordinato, vale a dire di uomini ligi al regime e comunisti. Viste le premesse non c’è possibilità in Dalmazia ” dice Monzali – di sopravvivenza di realtà pubbliche italiane, si chiudono per tanto nel 1953 le scuole. Che cosa diventano gli italiani rimasti? Italiani sommersi, è la risposta.
Gli esuli dalmati si stabiliscono in gran parte nell’Italia centro-settentrionale. Monzali ha affrontato, ed è una grande novità in questo campo, il ruolo dell’associazionismo. Se in un primo periodo la loro realtà è politicizzata e fortemente caratterizzata da scelte di stampo nazional-fascista, l’evoluzione e la nascita di nuove realtà porta ad un graduale mutamento e ad un ritorno, soprattutto con un personaggio come Rismondo, direttore del giornale “Zara”, ai valori della tradizione ed ai legami autentici alla terra Dalmazia, anche con il recupero del dialetto sul giornale e durante i raduni.
Per gli esuli l’Italia presenta molteplici problemi di integrazione sia di natura culturale che psicologica. La fisionomia e caratteristiche fisiche dei Dalmati, i cognomi in “ich”, sono un trauma per un Paese sostanzialmente provinciale. Il percorso sarà lungo e difficile. Ma il successo di personaggi come Missoni, Luxardo, Bettiza e la loro dimensione mediatica faranno sì che i Dalmati esprimano con orgoglio la propria appartenenza e ritrovino la strada verso “casa”.
L’apertura dei confini jugoslavi negli anni Sessanta, il turismo, i rapporti economici favoriranno un ritorno anche culturale dei Dalmati a Zara, a Spalato e poi nelle altre località attraverso la cura dei cimiteri e poi con la nascita delle Comunità degli Italiani in loco, grazie anche al contributo degli esuli.
Da qui il titolo del suo stesso intervento, vale a dire “La fenice che risorge dalle ceneri, italiani in Dalmazia. Considerazioni sulla storia degli Italiani di Dalmazia nella seconda metà del Novecento”.
Il fatto paradossale è che mentre in Jugoslavia i Dalmati venivano perseguitati per la loro italianità, in Italia non erano capiti per la loro diversità. Si sviluppò allora l’associazionismo degli esuli, non senza insoddisfazioni; c’era una forte volontà di riflettere sui problemi politici dell’integrazione, anche se agli inizi fu un’espressione di cultura fascista poichè era guidata da persone vicine al regime e che per il regime facevano politica (si può citare come esempio Dudan, un nazionalista estremista ed aggressivo che incitava Mussolini ad attaccare la Jugoslavia). Proprio per questo la leadership venne in parte screditata. Nel ’53 alcuni dalmati di Ancona, Nerino, Rismondo e Toni, crearono un’associazione apolitica ma patriottica per far rivivere gli aspetti tipici della realtà zaratina; tutto nacque da un forte sentimento di nostalgia per Zara. L’associazione era in netto contrasto con l’associazionismo tradizionale di eccessiva politicizzazione. Si fece poi strada uno dei principi dalmati più importanti, ovvero l’autonomia dei Municipi, reinterpretata con una visione lungimirante e di approccio diverso. Sempre nel ’53 fu pubblicato il giornale “Zara” che segnò effettivamente una svolta nel modo di concepire l’appartenenza. Rismondo fu considerato, e a ragione ” sottolinea Monzali – il Mazzini dell’esodo dalmata: sentì che l’italianità dalmata non sarebbe morta e si mise a propagandare queste tesi. Non fu davvero un politico tradizionale. Abbandonò la cultura nazional-fascista e scrisse alcuni articoli nel dialetto dalmato, anche se durante il fascismo il dialetto era bandito. Un’altra iniziativa fortemente innovativa a cui diede vita fu la creazione di un giornale di corrispondenza tra lui ed i lettori; purtroppo tale giornale cessò di venir pubblicato negli anni ’90.
Tornò poi a galla la tradizione della cultura liberale degli autonomisti. Ci furono delle grandi intuizioni, che restarono valide molto a lungo sull’originalità del pensiero dalmato nel concepire i legami con la cultura ed il territorio che era sostanzialmente trasversale e che non era stata capita, non dall’Impero austro-ungarico, non dall’Italia e non dal regime comunista jugoslavo che, a causa dell’esodo, diventò intollerante nei confronti degli italiani, rimasti e non, dando spazio ad uno “sciovinismo slavo” difficile da sradicare in quel decenni del dopoguerra.
Rimaneva forte, nonostante gli ostacoli politici e culturali, la speranza di riportare l’italianità in Dalmazia, e su questo desiderio s’innestò negli anni l’idea di un ritorno attraverso iniziative e presenze, non per un’idea di riconquista del territorio ma per il desiderio di ritrovare la testimonianza di una civiltà che qui era stata, proiettata in un’altra dimensione, nel futuro.
La speranza di rinascere nasceva dall’intuizione che alcune cose stavano per succedere.
Intanto in Italia nel ’53 c’era stato il primo raduno a Venezia con la partecipazione di migliaia di persone. Tali raduni non avevano solo un carattere politico ma anche di convivialità, di incontro, erano dei momenti in cui era possibile parlare in dialetto. Nacque da questa spinta il Libero Comune di Zara in esilio per “italiani di sentimento e di Patria”. Nello Statuto fu sottolineata l’importanza dell’italianità come elemento culturale.
Durante il decimo raduno, il Presidente Guido Calbiani, fece un discorso in cui volle spiegare perchè il ruolo dell’Associazione fosse così importante. Fin dalla prima guerra mondiale i Dalmati italiani erano stati costretti ad andare all’estero, e anni dopo, temprati dalle difficoltà del post-esodo, riuscirono a capire con maggiore sensibilità l’importanza dell’associazionismo. Per tutti, all’inizio, raggiunto il nuovo Paese di destinazione, era stato prioritario riconquistare una tranquillità economica e sociale. Spesso la via più semplice era quella di amputare le proprie radici e lasciarsi assimilare. Ma terminato l’arco professionale, c’era un sentito ritorno all’associazione. Era comunque un percorso complesso e faticoso sia per le scelte politiche – la maggior parte della popolazione dell’esodo era anticomunista ma c’erano anche molti personaggi di sinistra (ad esempio Bettiza, comunista e liberal-progressista, Silvio Ferrari e Gino Barbara). Le comunità degli esuli spesso su quest’onda si divisero intessendo rapporti diversi con il mondo slavo del sud fino ad arrivare a sentimenti slavofobi, del tutto estranei fino ad allora all’atteggiamento presente nella cultura dalmata.
Negli anni sessanta, la classe dirigente jugoslava decise di prendere alcune iniziative di liberalizzazione dell’economia, vennero aperte le frontiere, aumentò l’afflusso di turisti stranieri e ci fu la possibilità per gli jugoslavi di andare a lavorare all’estero. Molti esuli tornarono così in Dalmazia a trovare i parenti, a vedere i luoghi d’origine, a riportare l’italianità nel loro territorio d’origine. Ci fu un forte dibattito all’interno dell’associazionismo: poichè tornare era in netta contrapposizione con il regime di Tito. Va detto che alcuni erano ancora restii a dialogare. Rismondo capì che ritornare era una necessità culturale ed umana. “A Zara da missionari in pellegrinaggio d’amore e di fede”, sosteneva. Gli esuli che allora tornarono, s’impegnarono a preservare la loro comune identità, ad esempio fecero il possibile per salvaguardare i cimiteri, che la Jugoslavia non aveva alcun interesse a conservare.
A Spalato alcune lapidi furono portate nel Museo della città per sottrarle allo scempio quando furono nazionalizzate le tombe. Va riconosciuto a Rina Fradelli Varisco e al Madrinato dalmatico con sede a Padova il merito di aver lottato per mantenere viva questa testimonianza in Dalmazia. Paradossalmente il cimitero diventò un altare patriottico, una testimonianza dell’italianità autoctona. Libero Grubisic, italiano sommerso, aiutò gli esuli a mantenere i cimiteri e più tardi fondò la Comunità degli Italiani.
Fu dopo la stipulazione del Trattato di Osimo che i Dalmati si sentirono ancora traditi dal Governo Italiano. L’associazionismo allora tornò ad avere un ruolo importante perchè gli esuli si resero conto di doversi impegnare anche nei confronti di un Governo Italiano che non sentivano “dalla loro parte”. Durante gli anni settanta l’associazionismo fu combattivo ma le continue insofferenze lo portarono alla crisi; solo durante gli anni ottanta ci fu un rilancio. Nel 1986 fu nominato sindaco Ottavio Missoni, personaggio estremamente legato alla sua appartenenza dalmata. La sua si rivelò una scelta vincente: la dimensione mediatica forte legata alla sua professione fece sì che i Dalmati in lui si potevano finalmente riconoscere con un certo orgoglio.
I Raduni, con la sua presenza, cominciarono ad avere un impatto davvero forte; fu una grande “trovata” pubblicitaria. Il punto di forza rappresentato da Missoni e da un gruppo di dirigenti impegnati nella vita economica e culturale del Paese, fu di trovare una giusta sintesi tra le finalità dell’associazionismo e la dimensione pubblica della loro realtà. Diventarono importanti i convegni con il coinvolgimento di personalità del mondo scientifico ma anche culturale. Iniziarono a coltivare i rapporti con gli italiani rimasti, sin dagli anni ottanta con personaggi come Antonio Borme e Giovanni Radossi.
Durante la grande crisi jugoslava ci fu una maggiore presenza pubblica degli italiani e degli esuli in Dalmazia ed il particolar modo durante la Guerra degli anni Novanta. Grubisic si occupò della distribuzione degli aiuti. Quando la Croazia diventò uno Stato indipendente si confermò la pluralità politica. Gli italiani rimasti uscirono finalmente in pubblico. Nacque la Comunità Italiana di Zara e poi quella di Spalato, che vennero poi integrate nell’Unione degli Italiani. Le guerre jugoslave focalizzarono l’interesse del pubblico italiano sulle questioni del territorio.
Personaggi come Bettiza, che si era mantenuto estraneo all’associazionismo, fecero la differenza anche perchè la sua attività era connotata dalla sua appartenenza dalmata, che non aveva mai rinnegato. L’egocentrismo fu un lato del carattere che lo segnò profondamente. Quando scrisse “Esilio, la tradizione culturale degli italiani di Dalmazia” uscì veramente all’aperto.
La nascita dell’Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo, alla fine del Novecento, segnò ancora una svolta e un diverso rapporto con la realtà italiana dalmata in loco. Fu riscoperta un’origine italiana, che oggi è considerata “chic”. C’è da dire che questa sopravvivenza fu possibile anche per opera degli esuli. L’entrata della Croazia nell’Unione Europea è il passo ora da compiere.
Il prof. Monzali afferma che non sarà questo l’argomento del suo prossimo libro ma che è comunque un tema di estrema attualità ed interesse che va senz’altro affrontato. Un invito quindi ad esplorare un mondo ancora pieno di messaggi inascoltati.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 


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