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July 23rd, 2017
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I volumi presentati al convegno di Bologna

Libro Il Confine Orientale

Luogo: Bologna

La giornata di studi su “Il confine orientale italiano nel Novecento. Metodi e ricerche storiografiche” organizzata dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli e CDM di Trieste lo scorso 5 giugno all’Accademia delle Scienze di Bologna, si è composta, oltre che di alcune relazioni di taglio accademico e di un approfondito dibattito sul tema, anche di una presentazione di cinque recenti volumi seguiti a recenti indagini storiografiche, alla presenza degli autori e curatori. Questa parte dell’incontro è stato coordinata dal prof. Giuseppe De Vergottini, il quale si è ricollegato al precedente intervento della storico Salimbeni sulla questione della memoria condivisa. Riscontriamo qui una parziale diversità di vedute, dove per De Vergottini rimane fondamentale l’aspetto della documentazione di fatti che contribuiscano alla conoscenza reciproca dell’altro, per quanto ciò non necessariamente significhi una condivisione del giudizio storico, come è stato più volte rilevato alla luce dei dibattiti tra diversi studiosi contemporanei.
Rimane invece un utile strumento il dialogo su dati e le ricerche, come quelli, ad esempio, che sono stati presentati in questa sede subito dopo. Il primo volume affrontato, edito dall’Istituto Geografico Militare di Firenze nel 2008, a firma di G. De Vergottini, Luciano Lago e Valeria Piergigli, tratta de “La toponomastica in Istria, Fiume e Dalmazia. Profili storici, cartografici, giuridici”. Qui Lago, presidente dell’Università Popolare, ma anche esperto di cartografia dei territori orientali, ha collaborato con Coordinamento Adriatico in particolare operando sul fronte della negazione e della scomparsa dei toponimi storici in Istria, Quarnero e Dalmazia.
Il colonnello Matteo Fucci, dell’Istituto geografico militare di Firenze, ha parlato invece degli aspetti di cartografia storico-militare, spiegando anche la funzione dell’istituto fiorentino. “L’istituto nasce dal Regio esercito e funziona attualmente come ente cartografico dello Stato. Si occupa della manutenzione dei confini, ma collabora anche con università e centri di ricerca, in quanto custodisce un immenso patrimonio di cartografia e toponomastica che va dall’Unità d’Italia, alle vicende di Istria, Fiume e Dalmazia, come anche di Albania e Africa”. Fucci, che collabora con Upt e Coordinamento adriatico, ha messo ha disposizione tutta la banca dati dell’Istituto. Il volume verrà presentato a Firenze, alla Società Geografica italiana, nelle manifestazioni comprese tra il 10 al 14 settembre.
Per gli aspetti giuridici dello stesso studio di toponomastica,Valeria Piergigli, esperta di diritto comparato, ha parlato della sua ricerca incentrata sull’evoluzione della disciplina giuridica sulla toponomastica di Slovenia e Croazia, strutturandola, per necessità, in aspetti storici, linguistici e giuridici e soffermandosi sulle normative internazionali. Il tema si rivela complesso, ricco di raccomandazioni e specificità, (provenienti in questo caso anche da parte dell’ONU) e quindi adatto alla comparazione internazionale; nella ricerca Piergigli ha anche considerato il diritto interno di Bolzano e le discipline giuridiche speciali del Friuli Venezia Giulia. Da questa indagine emerge un quadro generale di stati democratici, pluralisti, dove le minoranze linguistiche vengono tutelate, anche se con modalità e misure diverse. “Tutti questi paesi, quando cercano di disciplinare, fanno riferimento a convenzioni europee, (come ad esempio la Carta europea delle lingue), documenti elaborati dal Consiglio dell’Europa e poi ratificati da Slovenia e Croazia, più ancora di altri paesi dell’UE. Nei due paesi della ex-Jugoslavia, ad ogni modo, prevalgono due orientamenti contrastanti, che prevedono livelli intermedi di attuazione, dove esiste una volontà di attuare, ma quasi sempre “a rilento”. Questo anche perchè, di fatto, prevale l’assimilazione delle comunità minoritarie”conclude Piergigli.
Ha preso la parola quindi Guglielmo Cevolin, per presentare diversi aspetti del volume intitolato “Anche le carte parlano italiano. Fonti giuridiche, censimento e inventariazione della documentazione veneta e italiana presso l’Archivio di Stato di Zara, volume primo, Bologna, Lo Scarabeo, 2006″; in esso si ricostruisce parte del patrimonio documentario zaratino, seguito ad un minuzioso lavoro di interpretazione e selezione delle fonti, con lavori di trascrizione di documenti e di “stratificazione”e confronto delle fonti di appartenenza, con la creazione finale di un database informatico in varie lingue.
Lo stesso Cevolin ha parlato poi anche di un secondo volume, in corso di stampa, dal titolo “Anche le carte parlano italiano. Fonti giuridiche e inventariazione del fondo del Comune di Zara (1890-1920) e del fondo Tommaseo-Artale presso l’Archivio di Sebenico, volume secondo, Lo Scarabeo”.
Questo libro parte dal secondo filone di ricerche all’archivio di Stato di Zara, delle quali ha parlato anche il responsabile per la parte archivistica, Rigo, testimone delle difficoltà incontrate una volta a contatto con materiale facente parte di periodi storici soggetti alla paralisi degli uffici o alle nefaste conseguenze dei bombardamenti su Zara. Bruno Crevato-Selvaggi, della Società Dalmata di Storia Patria, sempre per quanto riguarda le ricerche facenti capo al volume, si è ricollegato al discorso parlando dei sconvolgimenti archivistici, che, nel corso del tempo, sono dipesi da uffici delle magistrature dei più diversi governi. In tutto questo, sono comunque stati utilizzati sia archivi correnti che storici, archivi austriaci e veneziani e documenti italiani ritrovati in Slovenia, Croazia e Montenegro. “Altri aspetti interessanti sono emersi, ricorda Crevato-Selvaggi, dell’Archivio di Stato di Sebenico “Tommaseo Altale”, padre del più noto Nicolò Tommaseo. Due ricercatrici hanno qui schedato carte e documenti sugli affari commerciali del padre, mischiati con le corrispondenze e le carte di famiglia di Domenico Altale, orefice ma soprattutto figliastro di Tommaseo. Un affresco su Zara e la Dalmazia dell’800, con qualche carta del ’700″.
Antonio Maria Orecchia ha quindi presentato il suo volume dal titolo “La memoria. Le foibe, l’esodo e il confine orientale nelle pagine dei giornali lombardi agli albori della Repubblica”, (Varese, Insubria University Press, 2008), aprendo un fronte totalmente diverso. “Di foibe e di esodo, sui giornali dell’epoca, si è parlato moltissimo”, ha affermato Orecchia a seguito dello spoglio di articoli sul tema tratti da 47 quotidiani lombardi pubblicati tra il “45 al “54 .”Questo volume mette in discussione la concezione del “nessuno sapeva” collezionando a prova del fatto migliaia di articoli e rivelando, piuttosto, che era il ceto dirigente italiano ad avere grosse difficoltà a gestire la guerra persa e la conseguente dissociazione psicologica degli italiani. Da lì nasce il fenomeno della Resistenza come alibi, per dire che l’Italia, in qualche modo, aveva vinto la guerra”. All’interno del volume troviamo anche alcuni documenti di Ottavio Missoni sul periodo, da lui stesso donati.
Infine, arriviamo al volume di Vincenzo Caporrella, “Scuole e lingua nella Trieste asburgica di inizio Novecento”, in corso di stampa. Appare interessante e diversificato il panorama di scuole e lingue della Trieste asburgica dell’epoca. Vigeva un sistema di scuole statali basato su due modelli principali: in lingua tedesca, con l’insegnamento secondario dell’ italiano e dello sloveno, e in lingua italiana, con il tedesco come lingua secondaria. La lingua slovena, invece, non aveva ancora ottenuto spazi educativi di questa portata. Esistevano, comunque, scuole comunali con particolari programmi, come riscontrato da varie fonti come annuari scolastici, romanzi e dalle memorie degli alunni. Nei registri annuali venivano annotate la lingua e la confessione religiosa delle famiglie e grazie a questi documenti è possibile ricostruire la mobilità demografica di alcune aree.
Inizialmente, le principali comunità triestine erano equamente suddivise a livello numerico. Dopo 20 anni, aumentarono invece gli sloveni che volevano passare dalla classe operaia alla borghesia cittadina. In questo libro, troviamo anche traccia della stampa periodica del corpo insegnante delle scuole medie comunali. Da qui si comprende che gli insegnanti erano in contatto con l’universo italiano e francese, in aperto conflitto con il liberalismo che per sua natura non difendeva cause nazionali come l’italianità. L’intreccio tra lingua e nazione è, in questi casi, perfettamente evidente mentre la preferenza riservata al tedesco era ricondotta all’utilitarismo borghese. Da evidenziare che, all’epoca, la lingua materna era il dialetto, e la scuola era la “patria”della lingua nazionale. Nel 1910, vennero istituite, negli Staats Gymnasium, delle sezioni e degli edifici scolastici paralleli; nel 1911, all’unanimità fu sostituita la lingua francese con quella slovena. Clamoroso qui il caso del nascente bilinguismo goriziano nelle istituzioni scolastiche, considerato “un pericoloso inizio d’infezione per la lingua italiana”. Per altri, invece, imparare la lingua dell’avversario era un dovere morale.

Emanuela Masseria


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