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May 26th, 2018
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Venezia, giornata di studi sui contenuti del Ricordo- Raoul Pupo

Raoul Pupo

Luogo: Venezia

Intervento ” Raoul Pupo: le diverse dimensioni della nostra storia di frontiera

Desidero innanzitutto ringraziare gli organizzatori di questo incontro per l’occasione, da tempo attesa, di un confronto di idee sulle diverse dimensioni della nostra storia di frontiera. Il mio contributo consiste in una serie di riflessioni che ho maturato da tempo e che si incrociano in più punti con gli interrogativi che ci sono stati sottoposti.
Vorrei partire però da uno stato d’animo molto poco accademico, ma che dà forse meglio la misura ” almeno per me ” di quanto le cose siano cambiate, e in meglio, diciamo negli ultimi 10/15 anni. 15 anni fa dunque, pur non essendo istriano, mi sentivo tra coloro che percepivano in pieno l’angoscia dell’estinzione: non soltanto della generazione degli esuli ” che è certo fatto triste, ma fisiologico ” ma anche e soprattutto della memoria della loro tragedia, e della consapevolezza storica dell’italianità adriatica.
Per questo mi sono dato da fare, quella volta nell’ambito dell’IRCI appena costituito e grazie alla sensibilità del suo primo presidente, Arturo Vigini ” che vorrei qui ricordare con grande affetto e riconoscenza ” per avviare le prime campagne di raccolta della memoria, con la sensazione ” e qui devo usare nuovamente il termine “angosciosa” ” che mentre noi raccoglievamo alcune decine di storie di vita, decine di migliaia di altre erano già sparite ed altre decine di migliaia stavano svanendo sotto i nostri occhi: e quindi, non ce l’avremmo fatta mai!
Invece, quella memoria oggi è salvata. Le molte testimonianze disponibili e spesso già pubblicate, presentano ormai una certa ripetitività che va al di là degli stereotipi, per segnalare l’esistenza di un nucleo solido di situazioni e percezioni, e lo accompagnano con una serie assai interessante di articolazioni locali, sulle quali ovviamente non mi dilungo in questa sede. Il problema quindi che oggi si pone, è quello della conservazione e della valorizzazione di questa memoria, nella piena consapevolezza della sua ricchezza, ma anche della sua durezza, che pone problemi non banali, che meriterebbero un discorso a parte.

La memoria salvata

Se la memoria di un evento chiave come quello dell’esodo è salvata, anche la consapevolezza storica, perlomeno dell’importanza delle vicende dell’Adriatico orientale è certamente cresciuta: possiamo dire che quella del confine orientale non è più una storia di nicchia, ma una storia riconosciuta, almeno in riferimento alla contemporaneità .
A questo proposito, è certamente giusto preoccuparsi del lungo periodo, ma il nucleo di interesse per la comunità degli studiosi e per la pubblica opinione italiani, sta nelle vicende degli ultimi due secoli: e ciò non solo per il loro contenuto di tragicità immediatamente evidente, ma anche perchè quelle vicende ci conducono direttamente al cuore di alcune questioni cruciali per la nazione ” e cioè la sua vita e la sua morte ” e per lo stato nazionale, e cioè i suoi successi e i suoi fallimenti su di un terreno strategico, come quello dell’unificazione nazionale intrecciato alla politica di potenza. Questa mi sembra essere la vera chiave del discorso: partire dalla storia dell’Adriatico orientale non per rimanere chiusi in una vicenda locale, che oggi suscita una certa passione e domani no, ma per arrivare a discutere ” nell’accademia, nella società e nella scuola ” delle questioni fondamentali della storia europea, muovendo dalla terribile concretezza delle nostre storie di frontiera.
Sempre confrontando la situazione di oggi con quella di 15 anni fa, vediamo che ” perlomeno a livello di studi ” è cambiato anche il rapporto fra luci e ombre. Ad esempio, se oggi penso ai vuoti della ricerca nell’ambito cronologico di mia competenza, il tema che mi viene da mettere al primo posto è quello dell’irredentismo, e più in generale, l’opportunità di spostare indietro l’asse della ricerca rispetto al “900, per tornare sul momento fondamentale dell’avvio dei processi di nazionalizzazione nell’area dell’Adriatico orientale.
Viceversa, non esiste più il tema delle foibe. Ovviamente, sull’argomento si può dire e cercare ancora tanto ” io ad esempio avrei la curiosità di capire che cosa è effettivamente successo a Basovizza ” e ancor più resta da fare sul versante della pietà , che ha anche un valore civile di primaria importanza. Ma sul piano interpretativo si tratta di un problema oramai ben sistemato. L’unico aspetto piuttosto sorprendente e che forse merita ancora qualche riflessione, è che ci sia voluto tanto tempo: direi che siamo qui davanti ad un esempio clamoroso di come gli sforzi congiunti, anche se non necessariamente concordi, di storici e politici di vario segno, siano riusciti a coprire di fumo una vicenda che non presentava particolari incognite ed i cui aspetti fondamentali erano già noti ben prima dell’apertura degli archivi ex jugoslavi. Credo che questa clamorosa defaillance dell’analisi critica meriti di essere segnalata anche in sede didattica, quale riprova di come il contesto in cui lavorano gli intellettuali ” segnato in questo caso dalle militanze nazionali e ideologiche ” sia talvolta così forte da rendere loro invisibile quello che hanno sotto gli occhi, o quantomeno da scoraggiarli a guardare.
Nel merito, il rovesciamento di prospettiva avvenuto negli ultimi anni consente di togliere quella terribile vicenda delle foibe dall’altare ” o dal ghetto, a seconda dei punti di vista ” della sua particolarità, per farne invece, pur senza perdere in termini di drammaticità, una chiave di accesso all’esplorazione di fenomeni di più larga scala, del tipo: che cosa vuol dire una guerra civile, una rivoluzione, un sistema totalitario, o anche ” e forse prima di tutto, perchè si tratta di una dimensione assolutamente non scontata nel sentire comune lontano dalle regioni di frontiera ” quali sono i significati e le implicazioni delle appartenenze nazionali.

Il laboratorio giuliano

Torniamo quindi, sempre per rispondere ai quesiti che ci sono stati posti, al concetto di fondo del “laboratorio giuliano”, che è stato proposto già da qualche anno come strategia per uscire da un approccio talvolta in passato un po’ provinciale alla storia di frontiera.
A maggior ragione, lo stesso discorso vale per l’altro dei temi tradizionali, quello dell’esodo. Qui lo stato degli studi è ovviamente diverso, perchè il problema è di assai maggior respiro. Anche in questo caso alcuni nodi sono stati risolti: le dinamiche, le motivazioni delle partenze, da ultimo anche ” grazie agli studi di Olinto Mileta ” quel problema della quantificazione che forse ci ha provocato eccessivi mali di capo. Le nuove ricerche puntano verso direzioni che ci aiutano a rispondere ad alcuni degli interrogativi che l’amico Toth ci ha sottoposto.
In primo luogo, la geografia dell’esilio: come sapete, c’è stata ed è tuttora in corso una fioritura di iniziative locali, interessanti e benemerite, che va però raccordata con l’utilizzo più sistematico di alcune fonti essenziali, a cominciare dal censimento dell’Opera profughi, che è sicuramente insufficiente per fini banali ” come la quantificazione generale dell’esodo, perchè incompleto ” ma è invece straordinariamente ricco di informazioni di tipo sia quantitativo che qualitativo.
E’ però una fonte difficile da utilizzare, per le sue dimensioni e per la sua struttura: ho sentito dire che un’associazione romana che forse qualcuno di voi conosce ” quella fondata credo da Federico Blasevich ” ha proposto la sua riproduzione digitale: credo sia una proposta da sostenere, perchè costituirebbe la premessa per un compito altrimenti impossibile, quello dell’informatizzazione della base dati. Sperimentazioni in tal senso sono già state compiute dall’università di Trieste, come pure tentativi di integrazione con altre fonti similari, quali le schede del CLN dell’Istria e le domande di opzione conservate presso gli archivi ex jugoslavi. Nella sua globalità però, è un’operazione impossibile per un solo soggetto, e che richiede quindi l’acquisizione di una mentalità nuova, direi di un rovesciamento di prospettiva: non più la chiusura ed in alcuni casi addirittura la gelosia per il proprio patrimonio e le proprie iniziative, ma la capacità di fare rete. Non entro ovviamente qui nei dettagli tecnici, ma realizzando le opportune sinergie si può mirare concretamente a traguardi altrimenti irrealizzabili e di altissimo profilo, decentrando parte dei lavori nelle sedi in cui sono presenti le associazioni degli esuli.

Esodo e spostamento di popolazioni in Europa

Il secondo filone di ricerche riguarda il collegamento fra l’esodo e gli spostamenti di popolazione in Europa. Anche su questo fronte sono stati computi molti passi avanti (vengo or ora proprio da un convegno su questo tema,) ed anche qui vediamo un ribaltamento di prospettive. In passato, esisteva una certa diffidenza in alcuni ambienti istriani ad inserire l’esodo nel contesto dei grandi trasferimenti di popolazione, perchè si temeva di comprometterne la specificità. Oggi, al contrario, non solo quel collegamento viene cercato a livello associazionistico ” e qui sapete voi meglio di me, se si fa bene o male ” ma si è capito che proprio l’esodo può costituire l’occasione per condurre la storiografia italiana ad occuparsi di un grande tema di storia europea, rispetto al quale la nostra tradizione di studi era rimasta quasi del tutto estranea. Guardate che non si tratta solo di una questione accademica, ma di consapevolezza storica, perchè gli spostamenti di popolazione legati alla costruzione degli stati nazionali nell’Europa centrale e orientale, sono uno dei fenomeni che hanno completamente mutato la faccia di quella parte del continente, non meno della shoah.
Al riguardo, io vi riporto qui l’esito degli scambi di opinioni avuti con alcuni colleghi, che ritengono che su questo tema sia possibile realizzare un incontro fra le esigenze di rinnovamento della ricerca, quelle di comunicazione delle esperienze dell’esodo e quelle di trasformazione di tali esperienze in chiave di accesso ai grandi temi della contemporaneità.
In concreto, la proposta di cui sono latore è quella di prendere lo spunto dalla mostra di Berlino dell’anno scorso, per realizzare un’esposizione permanente sugli esodi europei all’interno di un Centro Raccolta Profughi: a me viene ovviamente in mente quello di Padriciano, ma potrebbe benissimo essere anche un altro. Le competenze scientifiche in Italia esistono, i rapporti con gli studiosi stranieri pure, ed un’iniziativa del genere andrebbe fortemente nel senso del consolidamento e del rilancio su scala europea degli sforzi fin qui compiuti per dissepellire la storia dell’Adriatico orientale. Su tratterebbe insomma, di un modo per rendere evidente quel laboratorio giuliano di cui abbiamo già parlato.

L’impianto dei poteri popolari

Il terzo filone riguarda l’impianto dei poteri popolari. Vale in parte anche qui quanto già detto in termini di aggancio con fenomeni di più ampio respiro, quali le resistenze, le prese del potere comuniste, lo stalinismo fuori dall’Unione Sovietica, e così via. Ma un argomento del genere ci pone con prepotenza anche un altro nodo, e cioè quello del rapporto con le storiografie ex jugoslave. E qui la situazione è difficile, perchè ci sono forti asimmetrie nelle traiettorie storiografiche tra Italia, Slovenia, Croazia e Serbia, non fosse altro che per il fortissimo peso attribuito dalle ultime tre storiografie alla dimensione nazionale. In questo senso, io credo che ” senza alcun senso di superiorità, beninteso ” la storiografia italiana possa svolgere un ruolo di stimolo nei confronti di quelle dei paesi vicini, non solo e non tanto in riferimento a singoli episodi, quanto alle categorie storiografiche da utilizzare nel fare la storia dell’area di passaggio fra Europa centrale e Mediterraneo.
Ancora una volta, neanche questo è soltanto un problema accademico, ma piuttosto di modalità di costruzione dell’integrazione europea sul piano della coscienza civile: un’integrazione che trova uno dei suoi passaggi fondamentali nella capacità di discutere senza pregiudizi sui drammi del “900. E’ in questa prospettiva che nell’area adriatica mi sembra corretto stimolarsi a vicenda sui modi più appropriati di studiare in maniera critica i processi di costruzione della nazione, in modo che nel XXI secolo non si parli più nè di “allogeni”, nè di Marco Polo.
Fra la storiografia italiana e quella slovena questo dialogo esiste e si svolge tra soggetti sempre più variegati, anche se ovviamente con risultati alterni: se prenderete in mano gli ultimi prodotti dei progetti di ricerca transfrontalieri, o le rassegne storiografiche più recenti, vedrete come ci sia oramai nella storiografia slovena una grande articolazione ed anche una compresenza assai curiosa, ma interessante, di linguaggi storiografici avanzati e di altri che potremmo tranquillamente datare agli anni ’50. Con la storiografia croata la mia esperienza è di maggiore difficoltà: ciò dipende naturalmente dalle diverse storie degli ultimi 15 anni, e il diverso destino della commissione mista rispetto a quella italo-slovena, è in parte segno e in parte anche causa di questi inciampi, con la conseguenza che l’uso pubblico della storia può ancora avvenire ai massimi livelli ed in termini molto grevi.
Su di un piano completamente diverso, ma sempre in tema di rapporto con le altre storiografie, vi segnalo solo il titolo di un problema: nella condizioni presenti, se si vuole fare ricerca storica, l’unica via seria è quella di inserirsi nei progetti europei, perchè è lì stanno i finanziamenti: questo significa per noi dover discutere di sinergie fra i centri italiani che si occupano degli argomenti che ci interessano, centri di ricerca stranieri e istituzioni comunitarie.
Un altro versante del discorso è quello che riguarda la diffusione delle conoscenze. Sulla scorta dell’esperienza ormai di molti anni, possono dire che esistono due grandi agenzie di divulgazione, che producono pubblicazioni, dibattiti e interventi pubblici: le associazioni degli esuli (in particolare l’ANVGD), e la rete degli istituti della resistenza. Si tratta di un fatto a prima vista sorprendente e che probabilmente a più di qualcuno non piace molto, il che è legittimo, ma è un fatto che io reputo invece di enorme importanza: è il segno che il problema del confine orientale è diventato un elemento centrale dell’offerta culturale non solo dell’associazionismo istriano ” il che è piuttosto tautologico ” ma dell’istituzione culturale che rappresenta l’ortodossia dell’antifascismo e dei miti fondanti lo stato in cui viviamo, e che certo non può essere accusata ragionevolmente di nazionalismo, revisionismo e revanscismo. Questa perciò mi pare una tappa importante del processo di nazionalizzazione della storia del confine orientale.

Le diverse sensibilità

Ciò non vuol dire affatto che improvvisamente tutti la pensino allo stesso modo sul complesso della storia dell’Adriatico orientale: è ovvio che le sensibilità sono diverse, ma questo secondo me è positivo, perchè dove non c’è discussione, è incombente il rischio della retorica e della ritualità, come sanno benissimo tutti quelli che si occupano di altri appuntamenti, come il 25 aprile e la giornata della memoria. L’importante se mai, è che le letture della storia di confine non siano antagoniste e mutualmente escludentisi, cioè che non si configurino come storie di una parte contro l’altra. Nella mia esperienza questo di solito non succede, ed anzi ho visto una grande attenzione a mettere in luce sia i diversi momenti della storia, che le diverse voci della memoria: gli interventi didattici più riusciti sono proprio quelli che accompagnano un riflessione storica, cioè critica, con alcune testimonianze, dal vivo o tramite letture. Tuttavia, esistono anche esperienze opposte, e questo in genere accade come portato di un’eccessiva politicizzazione del confronto.
Beninteso, è naturale e positivo che la politica si interessi alla storia del confine orientale: se non l’avesse fatto, saremmo ancora qui a parlarci addosso, come vent’anni fa. Così come è naturale, ed è anche giusto, che siano le istituzioni, e soprattutto gli enti locali, a promuovere le iniziative legate alla giornata del ricordo. Questa situazione però apre la porta alle tentazioni di partito, che vanno in direzione contraria alla nazionalizzazione della nostra storia.
Poniamo che una forza politica, o una sua espressione locale, per ragioni sue sponsorizzi il negazionismo nei confronti delle foibe. Oppure poniamo che un’altra forza politica decida invece di fare delle foibe il perno di una campagna di iniziative su tutto il territorio nazionale. Entrambe sono posizioni legittime, ma il risultato in entrambi i casi, specialmente se combinati, è inevitabilmente la riduzione della storia di confine a storia di una componente politica, che dagli altri è percepita come il nemico. E quindi, un passo indietro dei partiti è condizione essenziale per non rallentare il percorso di nazionalizzazione della storia di confine.
Per concludere, vengo all’ultimo tema, quello della scuola, che viene tradizionalmente considerata come il maggior agente di diffusione della cultura storica fra i giovani. Qui dovremmo fare una riflessione se questo assunto è ancora vero, ma in ogni caso il ruolo della scuola rimane strategico, e il mondo della scuola si è in effetti aperto moltissimo alle tematiche di confine. Anzi, negli ultimi anni la richiesta si è fatta esorbitante, e questo crea dei problemi.
Il primo problema è molto banale: non ce la facciamo più a rispondere se non ad una minoranza delle richieste. L’altro problema è più sostanziale, e cioè è il rischio della banalizzazione, come accade con il classico intervento dell’esperto esterno che nelle vicinanze della giornata del ricordo, viene, parla e se ne va. Questo poteva andar bene fino a qualche anno fa, quando la priorit? era quella di rompere il silenzio, ma adesso no, perchè la resa di questo tipo di interventi è in realtà è modestissima.

La formazione degli insegnanti

Per risolvere entrambi i problemi, io vedo un’unica strada, quella della formazione degli insegnanti, mirata a renderli capaci di gestire autonomamente progetti didattici che ruotino o prendano lo spunto dalle tematiche di frontiera. Molti esempi di lavori didattici del genere ci sono già, con risultati anche assai buoni, così come ci sono stati anche progetti di formazione dei formatori: sono faticosissimi da organizzare, ma valgono sicuramente l’investimento. Anche qui, è indispensabile realizzare sinergie, e su questo terreno ” che è meno esposto ed anche molto più ampio, con maggior possibilità di articolazioni e di confronti rispetto alle manifestazioni pubbliche ” credo sia più facile inventare anche forme di collaborazione fra le due reti che esistono a livello nazionale di cui dicevamo prima, e cioè associazioni e istituti.
Agli insegnanti però bisogna lasciare in mano qualcosa, e questo qualcosa non è il manuale: quella sui manuali è oramai una battaglia conclusa, sia perchè oggi i testi scolastici in qualche modo parlano tutti o quasi della storia del confine orientale, ma soprattutto perchè i manuali servono poco. Quello che serve invece sono strumenti didattici specifici, che consentano agli insegnanti di costruire i loro percorsi ” non è neanche detto tutti gli anni, ovviamente ” e possano servire da base anche per una divulgazione più ampia. Alcuni di questi strumenti ce ne sono, ma sono ancora pochi e poco diffusi. Ci sono dei buoni atlanti del confine orientale, ma non esiste ad esempio un dizionario storico minimo, con la conseguenza che insegnanti e studenti, per non parlare dei giornalisti, cadono frequentemente in equivoci clamorosi che vengono amplificati dai mezzi di comunicazione.
Non basta però limitarsi a produrre gli strumenti didattici per poi distribuirli alla cieca, con l’unica conseguenza di intasare le biblioteche scolastiche. Temo che questa sia anche la sorte di non poche pubblicazioni promosse dalle associazioni o dagli enti locali, magari con grande dispendio finanziario, e destinate ad ammuffire sugli scaffali. La sequenza corretta credo invece sia: formazione degli insegnanti, fornitura a quanti stanno compiendo il loro percorso formativo di tutti gli strumenti necessari per progettare autonomamente le proprie attivit? didattiche, ed infine supporto da parte di istituti ed associazioni per organizzare ” almeno in un certo numero di casi ” la parte conclusiva dell’intervento, vale a dire il contatto degli studenti con i territori di frontiera.
A questo proposito, non è che il territorio parli da solo o che abbia di per sè chi sa quale capacità evocatrice, però l’esperienza del viaggio di studio, se è condotta bene, può depositare nella memoria qualcosa di più solido, e mostra concretamente l’interesse della scuola italiana, e quindi dell’Italia, per queste aree di frontiera. Parlo quindi non solo delle province di Trieste e Gorizia, ma anche e soprattutto dei territori rimasti in Slovenia e Croazia, perchè lì si pone il problema drammatico di far capire agli italiani d’Italia, che le frequentano ormai in gran numero, che quelle terre non sono nè ex colonie, nè territori mistilingui nella proporzione in cui li vediamo oggi, bensì parte integrante, non posso dire soltanto della cultura italiana, perchè è troppo poco, ma dell’Italia tout court, anche se non esclusivamente di essa.
Questo mi pare un impegno strategico e prioritario, che certamente richiede una molteplicità di interventi, ma rispetto al quale il ruolo dei giovani e quindi della scuola può essere fondamentale. E’ nuovamente ” e qui finisco ” un problema di sinergie, di servizi, di proposte didattiche e operative, di costruzione di rapporti fra il mondo della scuola in Italia e gli italiani rimasti in Istria, che hanno un bisogno terribile di boccate d’aria per riuscire a sopravvivere.

Raoul Pupo


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