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May 26th, 2018
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Venezia, giornata di studi sui contenuti del Ricordo- Fulvio Salimbeni

Fulvio Salimbeni

Luogo: Venezia

Intervento – Fulvio Salimbeni: le diverse dimensioni della nostra storia di frontiera

Il senatore Lucio Toth, moderatore della prima parte dell’incontro, rivolge alcune domande al prof. Salimbeni, prima di invitarlo a prendere la parola, in particolar modo sull’annessione italiana della provincia di Lubiana, sulla rinuncia nel 1944 delle province di Spalato e Cattaro annesse dal fascismo un paio d’anni prima. Si sofferma poi su quanto abbiano pesato nella gestione della politica estera verso le nostre terre, le ambizioni colonialistiche ed imperialistiche dell’Italia da Giolitti sino all’epoca del dopoguerra in cui il Bel Paese doveva occuparsi di tenere buoni rapporti con i paesi arabi come la Tripolitania per il petrolio. E di conseguenza di come le nostre vicende siano finite nel dimenticatoio, forse anche disturbando certe frange politiche.

L’interesse italiano nei confronti dell’Africa

Parto da considerazioni fatte da Gioacchino Volpe, uno dei più grandi storici contemporanei che si sono occupati delle questioni italiane tra la fine dell’800 e la fine della Seconda Guerra Mondiale. Perchè se leggiamo la sua enorme produzione di saggi e studi possiamo comprendere le ragioni storiche che portarono i governi del Regno d’Italia, prima quello giolittiano poi quello di Crispi, ad essere interessati alla sponda africana del Mediterraneo e a considerare il problema adriatico una questione assolutamente secondaria.
L’Istria e la Dalmazia avrebbero creato dei fastidi e dei malumori nelle relazioni con l’Austria- Ungheria che dal 1882 era diventata nostra alleata e quindi sostanzialmente anche Volpe crede che il futuro dell’Italia sarebbe stato in Africa e non in queste zone. Anche nel secondo dopoguerra la Repubblica italiana sperava di mantenere il controllo non tanto dell’Etiopia, conquistata attraverso una politica di aggressione fascista, bensì della Libia diventata colonia nel 1911 e quindi in un momento politico assolutamente liberale.
L’errore più grande del governo italiano è stato quello di pensare che con la cobelligeranza gli alleati si sarebbero dimenticati dei tre anni precedenti e che di conseguenza saremmo usciti abbastanza indenni dalle risoluzioni finali del conflitto, conservare i confini del Trattato di Rapallo escludendo tutta la Dalmazia frutto dell’occupazione dell’autunno del 1941 e la provincia di Lubiana, e perchè no riuscire a controllare ancora qualche colonia.
Non è da dimenticare che però se c’era qualcuno da favorire questi erano sicuramente quelle nazioni che per tutto l’arco della durata della guerra avevano combattuto al fianco degli inglesi, degli americani e dei russi.
Il contentino arrivò con l’amministrazione fiduciaria della Somalia fino al 1960 ma pagammo le colpe della guerra con la perdita delle zone di cui oggi parliamo e della ulteriori colonie. Rischiammo anche di perdere la Valle d’Aosta se non fosse stato per Chabot, comandante del Cln della regione alpina, che riuscì a far cambiare idea alla Francia su una sua possibile annessione voluta da Parigi come risarcimento per l’attacco fascista del giugno del 1940.
Un altro elemento da considerare è quello dell’Alto Adige ” Sud Tirol e del referendum che avrebbe portato sicuramente una vittoria della componente tedesca e di conseguenza le perdita del territorio conquistato con la Prima Guerra Mondiale. E di qui l’accordo con l’Austria per questa regione con il patto De Gasperi-Gruber, che nel frattempo si era fatta passare per il primo paese aggredito dal Reich tedesco riuscendo a far dimenticare il bagno di folla con cui Hitler era stato accolto dopo l’Anschluss nel 1938.
Le motivazioni di questo interessamento da parte del Governo italiano per l’Alto Adige e non per l’Istria possono essere dimostrate anche dall’interesse economico che la Confindustria dell’epoca aveva in quelle zone alpine piuttosto che nella Venezia Giulia. Bacini idroelettrici e energia a buon mercato per l’industria lombarda erano le cose che contavano anche forse in ottica di ricostruzione.
L’Istria era vista dai detentori del potere economico come un mucchio di sassi e pietre privo di qualsiasi valore e quindi la si poteva, con dispiacere, sacrificare non essendo una grave perdita per l’economia.
Tutti questi sono fattori che vanno tenuti presenti nell’ottica di una comprensione generale dei possibili mantenimenti o meno di zone coloniali, zone di occupazione e zone di storica presenza culturale italiana.

La cosiddetta “occupazione allegra”

Per quanto riguarda l’Occupazione allegra molti sono gli studi che anche recentemente vengono pubblicati sulla presenza dell’esercito italiano nella provincia di Lubiana. Il collaborazionismo è un elemento che è stato riconosciuto anche dalla commissione culturale mista italo-slovena poichè nei numeri si parla che per ogni partigiano che combatteva contro gli italiani e i tedeschi ce n’erano almeno quattro che collaboravano. Questo fa parte di un discorso che differenzia ad esempio la Prima dalla Seconda Guerra Mondiale e che è lo scontro etnico e ideologico, il muro contro muro, in cui i soldati si trovano a combattere. Italiani contro francesi, tedeschi contro jugoslavi, giapponesi contro americani e quindi non più lo scontro nazionale che aveva caratterizzato la Grande Guerra.
E il collaborazionismo diventa così un fatto storico che ha attraversato tutta l’Europa, dalla Norvegia alla Serbia di Nedic, dalla Francia di Vichy alla Croazia di Pavelic dell’aprile 1941. Non stupisce infatti che i tedeschi siano riusciti a mettere in piedi venti divisioni di collaborazionisti che seppur in buona fede avevano creduto alla restaurazione dell’ordine europeo da contrapporre sia al bolscevismo sovietico, che al capitalismo anglosassone ed al materialismo sfrenato di stampo americano.
L’annessione della provincia di Lubiana rientra anche in una decisione mussoliniana che voleva con questo, pur avvertito del rischio che si poteva correre, tenere lontani i tedeschi dal confine italiano.
Ciano nelle sue memorie scrisse anche che, dopo questo, se i tedeschi avessero chiesto Trieste “l’Italia avrebbe dovuto obbedire”, accondiscendendo alle ragioni naziste che vedevano il porto giuliano come il punto di riferimento per l’intero bacino danubiano”.
Dobbiamo ricordare che nel 1917, la classe imprenditoriale e portuale triestina vedendo le difficoltà in cui l’Austria versava e avendo paura che la Prussia, impadronendosi della città, avrebbe messo sullo stesso piano Trieste con Amburgo o Brema, si spinse sempre di più verso l’irredentismo italiano.
I problemi che sono nostri trovano quindi sempre spiegazione in una chiave europea e per rispondere alla questione sulla Venezia Giulia e sulla penetrazione nei Balcani rimando il tutto ad un bellissimo libro, edito da poco, che è “L’Italia e il confine orientale 1866- 2006″ di Marina Cattaruzza che, in un capitolo, ben spiega la velleitaria politica fascista nei fallimentari tentativi di assimilazione e di nazionalizzazione del territorio, soffermandosi sull’integrazione mal riuscita dei cittadini di lingua e cultura slava, citando il suo maestro Elio Apih che già molti anni fa si poneva tali e determinate problematiche di confine.

Un doveroso gioco di squadra

Ora vorrei passare alle cose che ho preparato e che sono già in parte state anticipate da Raoul Pupo. Ad esempio vorrei soffermarmi sulla figura di Francesco Salata, uno studioso e conoscitore delle autonomie locali all’interno dell’Impero d’Austria-Ungheria, che poi dopo la guerra sarà il responsabile per le terre liberate e irredente e uno degli artefici del Trattato di Rapallo e che viene ricordato in un libro di Luca Riccardi della infinita collana “Civiltà del Risorgimento”, collana fondata nel 1965 da Giulio Cervani e da Salvatore Francesco Romano.
Proprio in questi giorni è uscito un libro di Ennio Maserati che affronta il problema economico, sociale e culturale della Dalmazia e della Venezia Giulia tra l’800 e il “900 e che prende il titolo di “Uomini e fatti”.
Questo mi consente di spostare il tiro sul lavoro che tutti i comitati risorgimentali e tutte le deputazioni di storia patria adriatiche, stanno facendo in questi ultimi anni. A volte si rischia, non avendo mezzi finanziari adeguati e muovendosi sostanzialmente per conto proprio, di finire a produrre doppioni o a perdere buona parte del lavoro possibile. L’emblema forse è il Tommaseo, su cui si stanno facendo tantissime cose a Trieste e a Udine con l’amico Cattalini. Tante cose però non si sanno e sono rimaste nel dimenticatoio per anni non dando lustro ad una personalità dalmata, senz’altro italiana e attraverso l’esperienza internazionale accumulata negli esili francesi e greci, assolutamente europea.
Importante è anche il lavoro di Mario Dassovich, esperto conoscitore delle problematiche del confine orientale nonchè grande raccoglitore di dati, di documenti e di bibliografie nonchè l’opera della Deputazione di Storia Patria per le Venezie che dal 1870 raccoglie in volumi le difficoltà e le storie delle terre orientali come l’Istria e la Dalmazia.
Devo dire che se ci fosse un po’ di coordinamento e di collaborazione anche con le istituzioni culturali d’oltre confine, come il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno o la Società di Studi Storici di Pirano animata dal giovane Kristjan Knez, le cose potrebbero prendere sicuramente un’altra piega e forse essere più funzionali facendo il cosiddetto gioco di squadra.
Uno studioso che aveva perfettamente chiaro il quadro in cui bisognava muoversi era uno dei più grandi storici del Novecento, Ernesto Sestan il quale parlava di queste zone come di un intreccio incredibile di storia politica ma anche artistica, di romanità ma anche di italianità di queste terre, di importanza non più solamente regionale o locale bensì, dopo il 1947, anche mondiale.
Il fatto che il nazionale sfoci in nazionalistico è tipico degli imperi multietnici, multiconfessionali, di dove persone e fedi diverse hanno convissuto per secoli e che con lo sfociare del nazionalismo diventino gli epicentri di tutte le grandi crisi mediterranee, balcaniche.
Noi abbiamo partecipato a pieno titolo a questa storia e noi siamo il risultato di quella logica aberrante delle divisioni, delle deportazioni, delle pulizie etniche che a loro volta sono il risultato dell’inciviltà che il XX secolo ha prodotto.
La grande letteratura è oggi uno degli strumenti più adatti per inserirci bene nel contesto degli orizzonti aperti. La storia degli armeni oggi la conoscono tutti per il libro, poi diventato film, “La masseria delle allodole”. O per le nostre terre ad esempio “La frontiera” di Vegliani anch’esso trasformato magistralmente da Giraldi in pellicola. E poi Pier Antonio Quarantotti Gambini e Fulvio Tomizza nella sua ricostruzione dell’area adriatica dal “500 ai giorni nostri.
Queste vedete sono le possibilità che quest’area ci offre, quanti spunti ha dentro di sè e che potrebbe regalare agli studiosi. Il fatto che oggi siamo presenti tutti qui, a Venezia, è un fatto di notevole importanza perchè permette finalmente di lavorare con coesione.

Fulvio Salimbeni


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