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GdA A Fiume

Fiume: inizio mancato di una rivoluzione

 

“Passa D’Annunzio coi suoi legionari: – morire, magari! – Tradire, perché? Fiume è la fiamma che brucia e divora…”.

Gli studenti cantavano per la strade d’Italia queste parole, sulle note d’una canzone allora di moda, Donna, fra il ’19 e il 20. Avrebbe potuto essere una canzone d’amore: ma parlava di guerra, di morte. Forse, di rivoluzione. E parlava di Fiume come avrebbe potuto parlare di un’innamorata, di un’amante. Dopo Trento e Trieste, i giovani nazionalisti avevano trovato così il loro terzo Grande Amore, quello per cui valeva la pena di morire.

Ma tutto era cominciato in sordina. All’atto dei patti segreti di Londra del 26 aprile del 1915, quando l’Italia si era già distaccata dai suoi alleati nella “Triplice”, Austrungheria e Germania, proclamando la sua neutralità, e si apprestava a tradirli del tutto in cambio di precisi compensi territoriali garantitile dalle potenze dell’intesa franco-anglo-russa, si era trattato del “confine naturale” fino al Brennero (per quanto si sapesse bene che a sud di esso v’erano popolazioni austrotedesche), dell’Istria e di quasi tutta la Dalmazia. Non però di Fiume (in croato Rijeka), il porto sito all’apice settentrionale del golfo del Carnaro o Quarnaro (in croato Kvarnez), all’estremità orientale dell’Istria, naturale sbocco al mare delle città di Lubiana e di Zagabria. 

Il fatto è, tuttavia, che il centro della città, antica dipendenza della Serenissima Repubblica di San Marco, era occupato da istriano-dalmati dalla parlata schiettamente veneta, mentre i dintorni erano abitati da contadini croati. Il presidente statunitense Woodrow T. Wilson, grande regista della conferenza di pace inaugurata il 7 febbraio 1919 a Parigi e sostenitore tanto acceso quanto incauto del “principio delle nazionalità” (a ogni nazione avrebbe dovuto spettare un suo stato nazionale libero e indipendente), era riuscito a far passare il suo punto di vista ma nessuno ne aveva con attenzione valutato le conseguenze. Vi erano aree dell’Europa e del mondo nelle quali le “nazioni” – vale a dire i gruppi etnolinguistici – si guardavano bene dal convivere entro precisi omogenei confini ma, al contrario, s’intrecciavano e si mischiavano. Nel clima di acceso nazionalismo invalso durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, era ovvio che il principio “di nazionalità” uscisse dal suo àmbito etnolinguistico per trasformarsi in una foresta intricata di pretese geoterritoriali.

Ma l’Italia era in fermento, e sull’orlo d’una guerra civile alimentata dalle fin troppo audaci speranze riposte nei “frutti della Vittoria”, da una parte, e dalla Grande Paura (che per molti era invece una Grande Speranza) che quel che stava accadendo in Russia potesse accadere anche in Italia: tantopiù ch’era ormai chiaro che le promesse sulla base delle quali si erano mandati tanti giovani italiani a morire al fronte (prima fra tutte l’eterno miraggio dei ceti subalterni della penisola, la riforma agraria) non sarebbero mai state mantenute da una borghesia che si era rinforzata in seguito al successo militare e che era appoggiata dalla corona.

Tra ’14 e ’15 la tensione tra interventisti e neutralisti, che aveva condotto il paese sull’orlo di una guerra civile, era stata provvisoriamente accantonata (ma non risolta) con l’entrata in guerra. Ma ora i nodi venivano al pettine: da una parte ci si aspettavano grandi conseguenze dal “compimento del disegno risorgimentale” e da ampliamenti territoriali nell’area estadriatica, in quella egeo-anatolica e perfino in Africa e nel Vicino Oriente (non avanzava forse, casa Savoia, pretese ereditarie sul medievale regno di Gerusalemme?); dall’altra si chiedevano a gran voce riforme sociali che avrebbero consentito agli italiani più poveri di vivere nel loro paese rimarginando la pluridecennale piaga dell’emigrazione. Gli ex-interventisti confidavano nel primo di questi obiettivi; gli ex-neutralisti nel secondo. Intento comune era conferire un senso ai 600.000 caduti ch’erano stati il costo del conflitto.

Ma a Parigi la delegazione italiana, inadeguatamente guidata da Vittorio Emanuele Orlando e da Sidney Sonnino, aveva visto frustrate le sue pretese di annessione all’Italia di Fiume, che nella vecchia “Kakania” asburgica faceva parte della Croazia, amministrata dal regno d’Ungheria. Ma il presidente Wilson aveva con decisione preso le difese dei diritti di una nuova federazione di “popoli slavi neoliberati”, il regno di serbi, croati e sloveni uscito dalla disintegrazione dei due imperi plurinazionali austrungarico e ottomano e fondato nel dicembre del ’18 sotto la reggenza di Alessandro Karagjeorgevich. In realtà (non diversamente, mutatis mutandis, da quanto era avvenuto in Italia nel 1860 con il Piemonte e in Germania nel 1866 con la Prussia) la potenza balcanica egemone, il regno di Serbia, aveva dettato le sue condizioni a croati e sloveni ricattandoli proprio con il timore delle eventuali pretese italiane: il principio wilsoniano “delle libere nazionalità” si stava già stravolgendo in nuove egemonie e nuove sottomissioni.

La patetica coppia Orlando-Sonnino non ce l’aveva fatta a spuntarla contro la caparbia ostinazione del presidente americano fedele ai princìpi che aveva proclamato anche senza darsi la pena di chiarirli e di precisarli. D’altronde, una “confederazione degli slavi meridionali” come quella che stava sorgendo (tale il significato serbocroato della neoparola “Jugoslavia”) provocava immediati, forse inconsci echi nostalgici nell’anima di un vecchio “sudista” nato nel ’56 a Staunton, in Virginia, e che aveva passato l’infanzia nella chiesa trasformata in ospedale militare guidata da suo padre, pastore presbiteriano. Inoltre, gli interessi serbi erano, fino da quando negli Anni Trenta-Quaranta dell’Ottocento il loro principato e poi regno aveva conquistato l’indipendenza dai turchi, stati tutelati dai russi e dai francesi. Dal momento che la Russia, trasformata in URSS, non era presente alla conferenza di Parigi, era la Francia a difendere ora la Serbia: tanto più che in fondo le doveva almeno in parte riconoscenza per avere scatenato il conflitto del ’14 che aveva portato alla vittoria. O, almeno, così ragionava il Terribile Vecchio presidente della conferenza di Parigi, Georges Clemenceau, “il Tigre”,  avversario accanito di mille cose – dai diritti degli operai ai tentativi di sopravvivenza della pur sconfitta Germania alle richieste sovietiche di riconoscimento internazionale – tra cui di qualunque richiesta italiana (“Fiume, c’est la lune”). Wilson e Clemenceau respinsero uniti le richieste della delegazione italiana, che nell’aprile del ’19 abbandonò per protesta i lavori del consesso parigino.

Alla rabbia risponde sempre la rabbia; violenza chiama violenza. Mentre i socialisti e in parte anche i cattolici, che nel ’14 avevano animato il loro neutralismo con la richiesta di decise e necessarie riforme sociali come alternativa interna a una guerra che sembrava loro ingiustificata, davano ora avvìo a una serie di battaglie sociali in difesa dei salari minacciati dalla svalutazione della lira e cominciavano ad avanzare richieste incoraggiate dal successo della Rivoluzione d’Ottobre, quanti avevano invece appoggiato l’ingresso dell’Italia in una “Guerra necessaria”, vi avevano magari partecipato volontari e al ritorno, dopo qualche effimero giorno di gloria e di entusiasmo, si erano visti dimenticati e spesso umiliati (“maledetti signori ufficiali – che la guerra l’avete voluta”, cantavano i socialisti) abbracciarono con feroce convinzione il mito nazionalista e dannunziano della “Vittoria mutilata” e dell’egoistica ingratitudine delle potenze che, dopo ipocrite promesse, stavano depauperando l’Italia delle loro speranze e strangolando il suo futuro.

Le “destre” ex-interventiste e le “sinistre” ex-neutraliste (con i cattolici divisi e distribuiti su entrambi i fronti) stavano quindi orientandosi di nuovo verso lo scontro, la guerra civile. Ma stavano nascendo anche impulsi nuovi, si andavano prospettando inediti cammini sociali e culturali. Già dalla fine del primo decennio del secolo il pur decisamente antisocialista Enrico Corradini – che peraltro fino dal 1896, “l’Anno di Adua”, aveva cominciato poco più che trentenne a meditare sulla possibile conciliabilità tra “questione sociale” e “questione nazionale” – aveva avviato nel suo sistema di pensiero nazionalista una dinamica che lo avrebbe condotto ad affermare, il 26 novembre 1916, in un discorso ai lavoratori della Federazione Operaia Nazionalista, a porre l’accento su una “triplici solidarietà: delle classi fra loro, delle classi con lo stato, dello stato con la patria”. Questo perché “la guerra ci ha trasformati tutti”. Nel convegno nazionalista del 16 marzo del 1919, a Roma, egli patrocinò con forza la convergenza tra nazionalismo e sindacalismo. Quei pur ancora nebulosi intenti, quella tensione, conferiscono più chiaro e profondo significato alla fondazione, una settimana più tardi a Milano, il 23 marzo, dei Fasci di Combattimento.

Frattanto a Fiume una commissione internazionale d’inchiesta, ch’era stata inviata dalla conferenza di Parigi in seguito a scontri verificatisi in città tra le truppe interalleate d’occupazione e la popolazione civile, aveva deliberato che le truppe e le navi italiane avrebbero dovuto sgombrare il terreno. La notizia del fatto pervenne in Italia ai primi del settembre. Da tempo Gabriele D’Annunzio stava ponendo mente a qualcosa di memorabile al riguardo: non aveva mai cessato di occuparsi degli sviluppi dell’aeronautica e nel marzo aveva progettato un lungo raid intercontinentale; non aveva praticamente mai dismesso la sua uniforme di ufficiale di cavalleria – non esisteva ancora un’aeronautica come arma indipendente –: ma l’alternò con quella degli “Arditi” da quando, il 12 settembre, entrò in Fiume a capo di un manipolo di granatieri ai quali si erano accodate alcune migliaia di eterogenei volontari(i “legionari”), pare fossero in tutto circa 9000, ch’erano partiti da Ronchi presso Gorizia.

L’”impresa fiumana” fu e continua ad essere variamente giudicata. Socialisti come Filippo Turati ed Anna Kuliscioff vi scorsero un inqualificabile miscuglio di avventurismo guerriero, di fanatismo patriottico e sanguinario, di amoralità fatta di droga e di sensi. Ma personaggi come Guglielmo Marconi e Arturo Toscanini (che D’Annunziò denominò “Re Artù” e che il 20 settembre del ’20 diresse a Fiume un concerto per i legionari) ne furono entusiasti. Lenin guardò all’impresa, e al discorso sociale che ne era nato, con estremo interesse. Giovanni Comisso, allora venticinquenne, dovette a Fiume la pagina fondamentale della sua vita e della sua esperienza di scrittore. Carlo Sforza e Giovanni Giolitti, ben consapevoli del fatto che la ribellione militare dei legionari minava alla base l’autorità dello stato ancor convalescente dopo la guerra, se ne servirono tuttavia come strumento deterrente dal punto di vista diplomatico.

Il centro concettuale dell’impresa, sotto il profilo politico e sociale, fu l’incontro fra il Poeta Soldato e il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, che il 13 gennaio 1920 aveva sostituito il nazionalista Giovanni Giuriati come segretario di gabinetto del Comandante. Dopo le speranze di provocare in Italia la caduta del governo di Francesco Saverio Nitti e la formazione di un governo “nazionale”, D’Annunzio aveva impresso al governo della “reggenza” una netta impronta di sinistra, conquistandosi l’appoggio di personaggi come Giuseppe Giulietti (“Capitan Giulietti”), capo del sindacato dei lavoratori marittimi. Ne nacque la “Carta del Carnaro”, presentata ai fiumani il 20 agosto del 1920 e pubblicata dieci giorni dopo nel volumetto La Reggenza del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato Libero di Fiume. Quis contra nos?, accompagnato da un saggio di Alceste De Ambris, La Costituzione di Fiume, che prospettava un sistema di democrazia diretta con autonomia dei poteri locali e autogoverno dei lavoratori organizzati in dieci corporazioni giuridicamente riconosciute. Gli elementi salienti della Carta, propri di un socialismo libertario e non collettivista ispirati al sindacalismo rivoluzionario e alle sue radici che riposano sul pensiero di Giuseppe Ferrari e di Carlo Cattaneo, ma anche e soprattutto su una forte ispirazione sorelliana, sarebbero di lì a poco tornati nel progetto di “repubblica sociale federativa” descritta da Angelo Oliviero Olivetti nel Manifesto dei sindacalisti del ’21.

L’8 settembre del ’20, Gabriele D’Annunzio aveva assunto i pieni poteri della Reggenza, in un clima sempre più confuso e ribollente (si era parlato perfino di uno sbarco sulla coste romagnole e di una successiva “marcia su Roma”). Però, il trattato di Rapallo, concluso il 12 novembre tra il governo Giolitti e la Jugoslavia, riconobbe a sua volta Fiume come stato libero e indipendente. Era la risposta “normalizzatrice” dello stato italiano, che riconosceva il colpo di mano legionario ma voleva farlo rientrare in un quadro istituzionale e in un ordine internazionale. Alla risposta di D’Annunzio, che si rifiutò di riconoscere quella soluzione, seguì il ricorso alla forza: nel “Natale di Sangue” (31 dicembre 1920) la città fu bombardata dalla marina militare italiana e i legionari obbligati a sgombrare.

Sull’esperienza di Fiume e la Carta del Carnaro è caduta per anni la mannaia di un’interpretazione che l’ha intesa come “esperienza prefascista”. Fu il fascismo stesso, peraltro, a presentarla come tale, mentre Fiume – dopo una breve esperienza autonomista – veniva riconosciuta ufficialmente come italiana dal “patto di Roma” del 27 gennaio 1924 con la Jugoslavia. Certo, da alcune istanze sociali – molto vicine, et pour cause, al “Programma di San Sepolcro” dei Fasci di Combattimento del 23 marzo 1919 – alle coreografie dannunziane elaborate per i “legionari” (a partire dal “saluto romano”, in realtà ispirato dal quadro di David del giuramento della “Guardia” napoleonica), la prossimità è evidente: e la maggior parte dei “legionari” dannunziani passò in effetti al regime, senza peraltro perdere una certa ispirazione frondista. Ma il progressivo avvicinarsi alla sinistra nazionale e internazionale, la simpatìa che giunse a D’Annunzio da rivoluzionari italiani come Amilcare Cipriani ed Errico Malatesta e dallo stesso Lenin con il quale si avviarono contatti diplomatici, fino al progetto di attiva solidarietà ai popoli oppressi contro la “Santa Alleanza della Plutocrazia” fecero sì che Mussolini – il quale aveva già concepito una forte invidia per la popolarità del Poeta Soldato – divenisse dal canto suo sempre più tiepido e ambiguo nei confronti dell’esperienza fiumana. Tra l’autunno del ’20 e l’estate del ’21, le squadre fasciste avrebbero sempre più sfruttato la paura degli agrari e industriali nei confronti del “pericolo bolscevico” per avviare il loro cammino verso la conquista del potere sotto i vessilli del “ritorno all’ordine”. Eppure, le occulte nostalgie – e i rimorsi? – del Duce nei confronti di quella “bella stagione perduta” non si sarebbero mai spenti. E sarebbero tragicamente riaffiorati oltre un ventennio dopo, nell’autunno del ’43, quando il vecchio socialista che sarebbe stato l’unico – secondo il giudizio di Lenin – a far trionfare la Rivoluzione in Italia inaugurò l’effimera, disperata esperienza della Repubblica Sociale Italiana.

di Franco Cardini – 27/03/2018

Fonte: Arianna Editrice

 

“Passa D’Annunzio coi suoi legionari: – morire, magari! – Tradire, perché? Fiume è la fiamma che brucia e divora…”.

Gli studenti cantavano per la strade d’Italia queste parole, sulle note d’una canzone allora di moda, Donna, fra il ’19 e il 20. Avrebbe potuto essere una canzone d’amore: ma parlava di guerra, di morte. Forse, di rivoluzione. E parlava di Fiume come avrebbe potuto parlare di un’innamorata, di un’amante. Dopo Trento e Trieste, i giovani nazionalisti avevano trovato così il loro terzo Grande Amore, quello per cui valeva la pena di morire.

Ma tutto era cominciato in sordina. All’atto dei patti segreti di Londra del 26 aprile del 1915, quando l’Italia si era già distaccata dai suoi alleati nella “Triplice”, Austrungheria e Germania, proclamando la sua neutralità, e si apprestava a tradirli del tutto in cambio di precisi compensi territoriali garantitile dalle potenze dell’intesa franco-anglo-russa, si era trattato del “confine naturale” fino al Brennero (per quanto si sapesse bene che a sud di esso v’erano popolazioni austrotedesche), dell’Istria e di quasi tutta la Dalmazia. Non però di Fiume (in croato Rijeka), il porto sito all’apice settentrionale del golfo del Carnaro o Quarnaro (in croato Kvarnez), all’estremità orientale dell’Istria, naturale sbocco al mare delle città di Lubiana e di Zagabria. 

Il fatto è, tuttavia, che il centro della città, antica dipendenza della Serenissima Repubblica di San Marco, era occupato da istriano-dalmati dalla parlata schiettamente veneta, mentre i dintorni erano abitati da contadini croati. Il presidente statunitense Woodrow T. Wilson, grande regista della conferenza di pace inaugurata il 7 febbraio 1919 a Parigi e sostenitore tanto acceso quanto incauto del “principio delle nazionalità” (a ogni nazione avrebbe dovuto spettare un suo stato nazionale libero e indipendente), era riuscito a far passare il suo punto di vista ma nessuno ne aveva con attenzione valutato le conseguenze. Vi erano aree dell’Europa e del mondo nelle quali le “nazioni” – vale a dire i gruppi etnolinguistici – si guardavano bene dal convivere entro precisi omogenei confini ma, al contrario, s’intrecciavano e si mischiavano. Nel clima di acceso nazionalismo invalso durante la guerra e nell’immediato dopoguerra, era ovvio che il principio “di nazionalità” uscisse dal suo àmbito etnolinguistico per trasformarsi in una foresta intricata di pretese geoterritoriali.

Ma l’Italia era in fermento, e sull’orlo d’una guerra civile alimentata dalle fin troppo audaci speranze riposte nei “frutti della Vittoria”, da una parte, e dalla Grande Paura (che per molti era invece una Grande Speranza) che quel che stava accadendo in Russia potesse accadere anche in Italia: tantopiù ch’era ormai chiaro che le promesse sulla base delle quali si erano mandati tanti giovani italiani a morire al fronte (prima fra tutte l’eterno miraggio dei ceti subalterni della penisola, la riforma agraria) non sarebbero mai state mantenute da una borghesia che si era rinforzata in seguito al successo militare e che era appoggiata dalla corona.

Tra ’14 e ’15 la tensione tra interventisti e neutralisti, che aveva condotto il paese sull’orlo di una guerra civile, era stata provvisoriamente accantonata (ma non risolta) con l’entrata in guerra. Ma ora i nodi venivano al pettine: da una parte ci si aspettavano grandi conseguenze dal “compimento del disegno risorgimentale” e da ampliamenti territoriali nell’area estadriatica, in quella egeo-anatolica e perfino in Africa e nel Vicino Oriente (non avanzava forse, casa Savoia, pretese ereditarie sul medievale regno di Gerusalemme?); dall’altra si chiedevano a gran voce riforme sociali che avrebbero consentito agli italiani più poveri di vivere nel loro paese rimarginando la pluridecennale piaga dell’emigrazione. Gli ex-interventisti confidavano nel primo di questi obiettivi; gli ex-neutralisti nel secondo. Intento comune era conferire un senso ai 600.000 caduti ch’erano stati il costo del conflitto.

Ma a Parigi la delegazione italiana, inadeguatamente guidata da Vittorio Emanuele Orlando e da Sidney Sonnino, aveva visto frustrate le sue pretese di annessione all’Italia di Fiume, che nella vecchia “Kakania” asburgica faceva parte della Croazia, amministrata dal regno d’Ungheria. Ma il presidente Wilson aveva con decisione preso le difese dei diritti di una nuova federazione di “popoli slavi neoliberati”, il regno di serbi, croati e sloveni uscito dalla disintegrazione dei due imperi plurinazionali austrungarico e ottomano e fondato nel dicembre del ’18 sotto la reggenza di Alessandro Karagjeorgevich. In realtà (non diversamente, mutatis mutandis, da quanto era avvenuto in Italia nel 1860 con il Piemonte e in Germania nel 1866 con la Prussia) la potenza balcanica egemone, il regno di Serbia, aveva dettato le sue condizioni a croati e sloveni ricattandoli proprio con il timore delle eventuali pretese italiane: il principio wilsoniano “delle libere nazionalità” si stava già stravolgendo in nuove egemonie e nuove sottomissioni.

La patetica coppia Orlando-Sonnino non ce l’aveva fatta a spuntarla contro la caparbia ostinazione del presidente americano fedele ai princìpi che aveva proclamato anche senza darsi la pena di chiarirli e di precisarli. D’altronde, una “confederazione degli slavi meridionali” come quella che stava sorgendo (tale il significato serbocroato della neoparola “Jugoslavia”) provocava immediati, forse inconsci echi nostalgici nell’anima di un vecchio “sudista” nato nel ’56 a Staunton, in Virginia, e che aveva passato l’infanzia nella chiesa trasformata in ospedale militare guidata da suo padre, pastore presbiteriano. Inoltre, gli interessi serbi erano, fino da quando negli Anni Trenta-Quaranta dell’Ottocento il loro principato e poi regno aveva conquistato l’indipendenza dai turchi, stati tutelati dai russi e dai francesi. Dal momento che la Russia, trasformata in URSS, non era presente alla conferenza di Parigi, era la Francia a difendere ora la Serbia: tanto più che in fondo le doveva almeno in parte riconoscenza per avere scatenato il conflitto del ’14 che aveva portato alla vittoria. O, almeno, così ragionava il Terribile Vecchio presidente della conferenza di Parigi, Georges Clemenceau, “il Tigre”,  avversario accanito di mille cose – dai diritti degli operai ai tentativi di sopravvivenza della pur sconfitta Germania alle richieste sovietiche di riconoscimento internazionale – tra cui di qualunque richiesta italiana (“Fiume, c’est la lune”). Wilson e Clemenceau respinsero uniti le richieste della delegazione italiana, che nell’aprile del ’19 abbandonò per protesta i lavori del consesso parigino.

Alla rabbia risponde sempre la rabbia; violenza chiama violenza. Mentre i socialisti e in parte anche i cattolici, che nel ’14 avevano animato il loro neutralismo con la richiesta di decise e necessarie riforme sociali come alternativa interna a una guerra che sembrava loro ingiustificata, davano ora avvìo a una serie di battaglie sociali in difesa dei salari minacciati dalla svalutazione della lira e cominciavano ad avanzare richieste incoraggiate dal successo della Rivoluzione d’Ottobre, quanti avevano invece appoggiato l’ingresso dell’Italia in una “Guerra necessaria”, vi avevano magari partecipato volontari e al ritorno, dopo qualche effimero giorno di gloria e di entusiasmo, si erano visti dimenticati e spesso umiliati (“maledetti signori ufficiali – che la guerra l’avete voluta”, cantavano i socialisti) abbracciarono con feroce convinzione il mito nazionalista e dannunziano della “Vittoria mutilata” e dell’egoistica ingratitudine delle potenze che, dopo ipocrite promesse, stavano depauperando l’Italia delle loro speranze e strangolando il suo futuro.

Le “destre” ex-interventiste e le “sinistre” ex-neutraliste (con i cattolici divisi e distribuiti su entrambi i fronti) stavano quindi orientandosi di nuovo verso lo scontro, la guerra civile. Ma stavano nascendo anche impulsi nuovi, si andavano prospettando inediti cammini sociali e culturali. Già dalla fine del primo decennio del secolo il pur decisamente antisocialista Enrico Corradini – che peraltro fino dal 1896, “l’Anno di Adua”, aveva cominciato poco più che trentenne a meditare sulla possibile conciliabilità tra “questione sociale” e “questione nazionale” – aveva avviato nel suo sistema di pensiero nazionalista una dinamica che lo avrebbe condotto ad affermare, il 26 novembre 1916, in un discorso ai lavoratori della Federazione Operaia Nazionalista, a porre l’accento su una “triplici solidarietà: delle classi fra loro, delle classi con lo stato, dello stato con la patria”. Questo perché “la guerra ci ha trasformati tutti”. Nel convegno nazionalista del 16 marzo del 1919, a Roma, egli patrocinò con forza la convergenza tra nazionalismo e sindacalismo. Quei pur ancora nebulosi intenti, quella tensione, conferiscono più chiaro e profondo significato alla fondazione, una settimana più tardi a Milano, il 23 marzo, dei Fasci di Combattimento.

Frattanto a Fiume una commissione internazionale d’inchiesta, ch’era stata inviata dalla conferenza di Parigi in seguito a scontri verificatisi in città tra le truppe interalleate d’occupazione e la popolazione civile, aveva deliberato che le truppe e le navi italiane avrebbero dovuto sgombrare il terreno. La notizia del fatto pervenne in Italia ai primi del settembre. Da tempo Gabriele D’Annunzio stava ponendo mente a qualcosa di memorabile al riguardo: non aveva mai cessato di occuparsi degli sviluppi dell’aeronautica e nel marzo aveva progettato un lungo raid intercontinentale; non aveva praticamente mai dismesso la sua uniforme di ufficiale di cavalleria – non esisteva ancora un’aeronautica come arma indipendente –: ma l’alternò con quella degli “Arditi” da quando, il 12 settembre, entrò in Fiume a capo di un manipolo di granatieri ai quali si erano accodate alcune migliaia di eterogenei volontari(i “legionari”), pare fossero in tutto circa 9000, ch’erano partiti da Ronchi presso Gorizia.

L’”impresa fiumana” fu e continua ad essere variamente giudicata. Socialisti come Filippo Turati ed Anna Kuliscioff vi scorsero un inqualificabile miscuglio di avventurismo guerriero, di fanatismo patriottico e sanguinario, di amoralità fatta di droga e di sensi. Ma personaggi come Guglielmo Marconi e Arturo Toscanini (che D’Annunziò denominò “Re Artù” e che il 20 settembre del ’20 diresse a Fiume un concerto per i legionari) ne furono entusiasti. Lenin guardò all’impresa, e al discorso sociale che ne era nato, con estremo interesse. Giovanni Comisso, allora venticinquenne, dovette a Fiume la pagina fondamentale della sua vita e della sua esperienza di scrittore. Carlo Sforza e Giovanni Giolitti, ben consapevoli del fatto che la ribellione militare dei legionari minava alla base l’autorità dello stato ancor convalescente dopo la guerra, se ne servirono tuttavia come strumento deterrente dal punto di vista diplomatico.

Il centro concettuale dell’impresa, sotto il profilo politico e sociale, fu l’incontro fra il Poeta Soldato e il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, che il 13 gennaio 1920 aveva sostituito il nazionalista Giovanni Giuriati come segretario di gabinetto del Comandante. Dopo le speranze di provocare in Italia la caduta del governo di Francesco Saverio Nitti e la formazione di un governo “nazionale”, D’Annunzio aveva impresso al governo della “reggenza” una netta impronta di sinistra, conquistandosi l’appoggio di personaggi come Giuseppe Giulietti (“Capitan Giulietti”), capo del sindacato dei lavoratori marittimi. Ne nacque la “Carta del Carnaro”, presentata ai fiumani il 20 agosto del 1920 e pubblicata dieci giorni dopo nel volumetto La Reggenza del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato Libero di Fiume. Quis contra nos?, accompagnato da un saggio di Alceste De Ambris, La Costituzione di Fiume, che prospettava un sistema di democrazia diretta con autonomia dei poteri locali e autogoverno dei lavoratori organizzati in dieci corporazioni giuridicamente riconosciute. Gli elementi salienti della Carta, propri di un socialismo libertario e non collettivista ispirati al sindacalismo rivoluzionario e alle sue radici che riposano sul pensiero di Giuseppe Ferrari e di Carlo Cattaneo, ma anche e soprattutto su una forte ispirazione sorelliana, sarebbero di lì a poco tornati nel progetto di “repubblica sociale federativa” descritta da Angelo Oliviero Olivetti nel Manifesto dei sindacalisti del ’21.

L’8 settembre del ’20, Gabriele D’Annunzio aveva assunto i pieni poteri della Reggenza, in un clima sempre più confuso e ribollente (si era parlato perfino di uno sbarco sulla coste romagnole e di una successiva “marcia su Roma”). Però, il trattato di Rapallo, concluso il 12 novembre tra il governo Giolitti e la Jugoslavia, riconobbe a sua volta Fiume come stato libero e indipendente. Era la risposta “normalizzatrice” dello stato italiano, che riconosceva il colpo di mano legionario ma voleva farlo rientrare in un quadro istituzionale e in un ordine internazionale. Alla risposta di D’Annunzio, che si rifiutò di riconoscere quella soluzione, seguì il ricorso alla forza: nel “Natale di Sangue” (31 dicembre 1920) la città fu bombardata dalla marina militare italiana e i legionari obbligati a sgombrare.

Sull’esperienza di Fiume e la Carta del Carnaro è caduta per anni la mannaia di un’interpretazione che l’ha intesa come “esperienza prefascista”. Fu il fascismo stesso, peraltro, a presentarla come tale, mentre Fiume – dopo una breve esperienza autonomista – veniva riconosciuta ufficialmente come italiana dal “patto di Roma” del 27 gennaio 1924 con la Jugoslavia. Certo, da alcune istanze sociali – molto vicine, et pour cause, al “Programma di San Sepolcro” dei Fasci di Combattimento del 23 marzo 1919 – alle coreografie dannunziane elaborate per i “legionari” (a partire dal “saluto romano”, in realtà ispirato dal quadro di David del giuramento della “Guardia” napoleonica), la prossimità è evidente: e la maggior parte dei “legionari” dannunziani passò in effetti al regime, senza peraltro perdere una certa ispirazione frondista. Ma il progressivo avvicinarsi alla sinistra nazionale e internazionale, la simpatìa che giunse a D’Annunzio da rivoluzionari italiani come Amilcare Cipriani ed Errico Malatesta e dallo stesso Lenin con il quale si avviarono contatti diplomatici, fino al progetto di attiva solidarietà ai popoli oppressi contro la “Santa Alleanza della Plutocrazia” fecero sì che Mussolini – il quale aveva già concepito una forte invidia per la popolarità del Poeta Soldato – divenisse dal canto suo sempre più tiepido e ambiguo nei confronti dell’esperienza fiumana. Tra l’autunno del ’20 e l’estate del ’21, le squadre fasciste avrebbero sempre più sfruttato la paura degli agrari e industriali nei confronti del “pericolo bolscevico” per avviare il loro cammino verso la conquista del potere sotto i vessilli del “ritorno all’ordine”. Eppure, le occulte nostalgie – e i rimorsi? – del Duce nei confronti di quella “bella stagione perduta” non si sarebbero mai spenti. E sarebbero tragicamente riaffiorati oltre un ventennio dopo, nell’autunno del ’43, quando il vecchio socialista che sarebbe stato l’unico – secondo il giudizio di Lenin – a far trionfare la Rivoluzione in Italia inaugurò l’effimera, disperata esperienza della Repubblica Sociale Italiana.