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December 11th, 2017
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La verità è più grande dell’ideologia

La Verità

Autore: Lorenzo Salimbeni

La Legge istitutiva del Giorno del Ricordo nel 2004 venne approvata all’unanimità, tranne che per il voto contrario dell’estrema sinistra, la quale trovò solidarietà nei movimenti extraparlamentari ed in certe frange dell’associazionismo partigiano. Costoro hanno poi proseguito con i distinguo e le contestazioni ogni 10 Febbraio e contro quelle iniziative che intendevano recuperare la storia delle tragedia patite dagli italiani nella fase finale della Seconda Guerra Mondiale al confine orientale. Pregiudizi, preconcetti, ignoranza, luoghi comuni e paura del confronto: i capisaldi dei contestatori del Ricordo sono stati fatti propri anche dal collettivo letterario Wu Ming, sceso in campo contro i (tardivi, ma simbolicamente preziosi) riconoscimenti a parenti e discendenti delle vittime di quelle tragedie.

La polemica parte da un’onorificenza concessa alla memoria del Bersagliere Paride Mori, vittima come altre centinaia di italiani delle mattanze compiute a guerra finita dai partigiani di Tito a scapito di combattenti per l’italianità. Di tali eccidi furono vittima oppositori o presunti tali del progetto espansionista jugoslavo, partigiani antifascisti che dopo aver combattuto contro la presenza militare tedesca in Italia adesso osteggiavano le ambizioni annessioniste di Tito (come già accaduto ai partigiani “bianchi” sterminati alle Malghe di Porzûs) ed ex combattenti della Repubblica Sociale Italiana, tra i quali quel Paride Mori a partire dalla cui vicenda si è scatenata l’ultima polemica. La complessità delle vicende consumatesi all’estremo nord-est d’Italia a partire dall’8 settembre 1943, ma con radici che affondano indietro nel tempo, a partire dagli opposti nazionalismi che con eguale determinazione si contrapposero nella fase finale dell’Impero austro-ungarico, è tale che non si devono seguire le dialettiche della Resistenza nel resto d’Italia. A Trieste, Gorizia, in Istria, a Fiume ed in Dalmazia la contrapposizione fascismo/comunismo si affiancava alla lotta identitaria italiana, nella quale i partigiani italiani volevano dimostrare che si poteva essere patrioti anche senza indossare l’orbace fascista e che si poteva essere democratici pur non accettando di venire annessi alla nascente Jugoslavia di Tito. Le terre che erano entrate a far parte del Regno d’Italia dopo la Grande Guerra non erano colonie, bensì regioni in cui la lingua, la cultura ed i monumenti indicavano indubbiamente una matrice italiana radicata nei secoli. Non vi è nulla di revanscista nel sostenere che “in Dalmazia anche le pietre parlano italiano”, si tratta di un dato di fatto che si può cogliere anche effettuando una gita in velocità, basta guardarsi attorno. Wu Ming esalta le resistenze e le identità dei popoli del mondo, ma non è in grado di cogliere questi aspetti nel panorama italiano e nella nostra storia; afflitti da internazionalismo amano tutte le patrie tranne la propria; attenti alle ingiustizie del mondo odierno, non sanno cogliere quelle che hanno toccato i nostri connazionali; concentrati a esecrare gli imperialismi occidentali, non riescono a comprendere l’espansionismo sfrenato che suggellava l’indubbiamente legittima lotta di resistenza jugoslava.

Troppo dediti a ripercorrere le violenze che caratterizzarono la lotta antipartigiana nell’Italia settentrionale e nella Zona di Operazioni Litorale adriatico in particolare, costoro non riescono a comprendere che anche eserciti che a parole promettevano fratellanza tra i popoli e libertà erano in grado di compiere efferatezze e crimini nei confronti dei civili e dei propri nemici, anche dopo la loro resa. Bene/male, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo: questi schemi sono troppo rigidi per capire quel che è successo nelle foibe e perché a centinaia di migliaia hanno preso la sofferta decisione di abbandonare le proprie case e le proprie radici. Tribunali militari e oggettive ricerche storiche possono dimostrare le responsabilità dei bersaglieri della RSI in Venezia Giulia, le medaglie del 10 Febbraio vogliono conferire un riconoscimento ai parenti di persone sparite nel nulla, ovvero massacrate in circostanze la cui conoscenza era stata patrimonio di una ristretta cerchia. I metodi con cui Mori e altri vennero eliminati rappresentano una spietata applicazione di quella legge del taglione che Wu Ming contesta quando ne fa le spese la parte per cui simpatizza, laddove in entrambe le circostanze sono la giustizia e la pietà a venire travolte dalla guerra e dalle sue logiche criminali. A Padova l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia hanno cominciato a parlarsi e a confrontarsi, per giungere non ad una memoria condivisa, bensì al riconoscimento delle reciproche tragedie e responsabilità: questo è lo spirito da perseguire, non la sterile contrapposizione che oggi si incarna nell’intenzione di spegnere dopo 10 anni le commemorazioni e le manifestazioni connesse al Giorno del Ricordo.

Siccome Wu Ming si è prolungato in una lezione di storia prendendo citazioni e riferimenti che facevano comodo al proprio discorso e senza approfondire la problematica, non è fuori luogo rammentare a tali “trinariciuti” di guareschiana memoria che nel 1944 i vertici del PCI triestino, che si opponevano alle pretese annessioniste del Partito Comunista Sloveno, furono catturati dai tedeschi dietro delazione dei “compagni” sloveni (manca la “pistola fumante”, ma i dati di fatto sembrano ormai incontrovertibili ed è la stessa logica dell’eccidio di Porzûs), i quali poi misero al vertice persone di loro fiducia che abbandonarono il CLN, caso unico in tutta la Resistenza italiana. I comunisti di Pola e di Fiume, dopo avere accolto a braccia aperte i partigiani di Tito, seguirono la stragrande maggioranza dei loro concittadini che avevano optato per l’esodo, poiché si erano resi conto che dietro la bandiera comunista nella quale credevano e che speravano portasse una rivoluzione di stampo socialista, invece marciava il più esasperato nazionalismo croato. Si era addirittura costituito un CLN clandestino dell’Istria che chiese a Togliatti di poter proseguire la lotta armata, ma stavolta contro i titini giacché era stato appurato che si trattava di nazionalisti della peggiore specie, come testimoniava la persecuzione scatenata nei confronti di svariati antifascisti ed autonomisti locali. Le letture in proposito non mancano: Siamo rimasti soli: i comunisti del PCI nell’Istria occidentale dal 1943 al 1946 di Paolo Sema e Frontiera rossa: il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955 di Patrick Karlsen.

Non parliamo poi dei “monfalconesi”, operai provenienti da Monfalcone appunto, ma anche da Trieste e dal resto d’Italia, che speravano di trovare nella nascente Jugoslavia (ove andavano a sostituire gli operai esodati) quel paradiso socialista che nell’Italia “atlantista ed imperialista” era ad essi precluso. Nel 1948 i loro leader finirono nel campo di “rieducazione” di Goli Otok ed essi vennero perseguitati perché si mantennero fedeli alla linea sovietica, nel momento in cui Tito uscì dal Cominform per divergenze con Stalin, di cui sostanzialmente non accettava la leadership indiscussa nel blocco orientale e le ingerenze nella politica interna. Negli anni seguenti i sopravvissuti che fecero ritorno in Italia e nel frattempo Tito, dimostrando ancora una volta il suo opportunismo (come quando accolse le rivendicazioni nazionaliste slovene e croate nel programma della lotta partigiana pur di irrobustire le sue fila e contrapporsi alla propaganda di domobranci e ustasa), si destreggiò alla guida dei Paesi “Non Allineati”. Agendo così si distaccò ulteriormente dall’URSS e si appropinquò alla NATO, cui di fatto si legò stringendo gli Accordi di Bled con Grecia e Turchia che facevano parte dell’alleanza atlantica: la complessa trattativa per le sorti del Territorio Libero di Trieste risentì appunto di queste mosse spregiudicate. Un tanto per smontare il feticcio di Tito agli occhi dei suoi nostalgici con “bustina” e bandiera rossa.

Cavallo di battaglia di siffatti “giustificazionisti” delle Foibe è comunque la teoria secondo cui le violenze partigiane sarebbero scoppiate per reazione alle stragi di guerra compiute dagli italiani durante l’occupazione della Jugoslavia dall’aprile 1941 al settembre 1943. E’ cinico e semplicistico replicare sbrigativamente che si trattò dell’applicazione della legge di guerra allora vigente, laddove la mattanza delle Foibe difficilmente trova appigli giuridici. Più opportuno sarebbe ricordare che invece molte volte le truppe italiane intervennero per fermare le stragi che compivano gli ustasa sui serbi o i serbi sui musulmani o gli albanesi sui serbi, internarono gli ebrei della ex Jugoslavia ad Arbe ma con lo scopo di proteggerli da tedeschi e croati e così facendo si scontravano con i propri alleati, di cui non condividevano razzismo e tracotanza.

Qualcuno sbandiera, però, la Circolare in cui il Generale Roatta esortava le sue truppe ad applicare la rappresaglia non secondo il principio “dente per dente”, bensì secondo il ben più severo “testa per dente”. Essa esiste, così come esistono lo sfogo del suo collega Robotti che biasimava “Si ammazza troppo poco” e la relazione del luogotenente di Tito in Slovenia Kardelj risalente al 1942 secondo la quale “[gli italiani] hanno bruciato paesi, stipato selvaggiamente la popolazione (che non è fuggita) nei campi di concentramento, per poi, improvvisamente, rimandarla indietro. Hanno portato anche del cibo e quegli stessi militari aiutano ora la gente a ricostruire le case. Che manicomio!” Non vogliamo scadere nel luogo comune del “bono taliano” o della cosiddetta “armata sagapò”, ma un giudizio equo sulla vicenda deve tenere in considerazione tutti gli aspetti, non solo quelli che fanno comodo, così come l’operato degli angloamericani ha a suo carico pure le “marocchinate” ed i bombardamenti indiscriminati sui civili in Germania, in Italia ed in Giappone culminati con le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Non si può glissare neppure sui campi di internamento allestiti dal Regio Esercito per raccogliere prigionieri e ostaggi, in cui le condizioni detentive erano senza dubbio angoscianti, però a guerra finita i Generali italiani responsabili di tali nefandezze non furono perseguibili quando la Jugoslavia chiese di poter processare i criminali di guerra italiani in risposta alla richiesta italiana di sottoporre a giudizio gli assassini delle Foibe. In un codicillo delle clausole armistiziali dell’8 settembre si garantiva, infatti, l’impunità per i vertici militari che al momento sostenevano Badoglio e casa Savoia, ma erano passibili di incriminazioni riguardo quanto compiuto in precedenza. I maldestri organizzatori di quel rocambolesco cambio di alleanze si soffermarono su tali dettagli e non pensarono allo sbando militare ed istituzionale conseguente alla loro fuga: da lì generò quel vuoto di potere che nell’Italia centro-settentrionale sarebbe stato occupato dai tedeschi e in Istria dai partigiani titini, i quali ebbero così modo di scatenare la prima ondata di Foibe.

Non è poi assolutamente sostenibile la tesi secondo la quale la tecnica di uccisione nella foiba sia stata introdotta da parte italo-tedesca, appigliandosi magari alla canzonetta irredentista che a inizio Novecento augurava agli slavi di finire appunto in un abisso: si tratta di rime di cattivo gusto senza dubbio, ma che non vennero mai realizzate e d’altro canto i canti patriottici sloveni e croati non prevedevano una passeggiata su prati fioriti per allontanare coloro i quali erano visti allora come il concorrente principale e più agguerrito nel completamento del proprio percorso di riunificazione nazionale.

Il confine esistente prima della Seconda Guerra Mondiale fra Italia e Jugoslavia poteva apparire ingiusto nella misura in cui annetteva zone prevalentemente slave (come l’entroterra di Gorizia e di Trieste) al Regno d’Italia tanto più che, come in tutto il resto dell’Europa dell’epoca, le comunità alloglotte erano tutt’altro che tutelate all’interno degli Stati nazionali sorti a coronamento dei sogni nazionalisti ottocenteschi. Non si può però sorvolare sul fatto che la costa da Monfalcone a Fiume risultava a stragrande maggioranza etnica italiana, così come l’enclave di Zara in Dalmazia nonché alcune isole dalmate e quarnerine come Veglia. I più volte ricordati comizi di Mussolini sull’inferiorità delle razze slave tenuti a Pola, Trieste e Gorizia appaiono affini ai proclami e alle indicazioni operative del già ricordato Edvard Kardelj, il quale usò toni analoghi e dette ordini, che sortirono effetti ben peggiori, nei confronti di chi si opponeva all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Tito parlava di fratellanza “italo-jugoslava” ma se ne andarono oltre 300.000 italiani, mentre il fascismo, che si proponeva di snazionalizzare sloveni e croati, fallì e se esodo di popolazioni slave tra le due guerre ci fu, esso riguardò soprattutto slavi di recente immigrazione nelle zone industriali della Venezia Giulia fiorenti in epoca asburgica ovvero i giovani autoctoni maggiormente imbevuti di nazionalismo. Costoro, piuttosto che stare in un’Italia che li avversava, preferirono rifugiarsi nel neonato Regno di serbi, sloveni e croati nato apposta come casa comune dei popoli slavi del sud sotto la corona dei Karageorgevic, ove italiani di Dalmazia (costretti ad un primo esodo negli anni Venti) e albanesi del Kosovo non erano certo garantiti. Durante la Seconda guerra mondiale la comunità slava in Italia, infatti, si dimostrò ancora ben presente e ovviamente solidale con la lotta partigiana, anche se poi parecchi scelsero di seguire l’esodo non solo per il senso di “spaesamento”, che caratterizzò l’instaurarsi della nuova Jugoslavia, ma proprio per incompatibilità con il nuovo regime liberticida.

In ogni caso non si può giustificare la crudeltà del nazionalismo sloveno e croato come risposta agli eccessi dell’ormai notorio “fascismo di frontiera”. Più opportuno è andare a ritroso nel tempo, rilevando piuttosto quegli equilibri etnici, sociali ed economici fra elementi italiani e slavi che erano durati per secoli, tanto da diffondere un radicato movimento autonomista (a Trieste, a Fiume e in Dalmazia). La riscoperta e la salvaguardia di tale antico spirito di amicizia fra popoli e culture differenti può essere proprio il viatico per affrontare la storia di queste complesse terre d’Europa.