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Nino Benvenuti: «La mia vita, un film con l’Istria e Trieste sempre nel cuore»

Il grande campione di boxe alla vigilia del suo compleanno «La famiglia in cui sono nato il segreto del mio successo» 

di Guido Barella – 19/04/2018

Nino Benvenuti, fra pochi giorni, il 26 aprile, saranno 80 anni. Ottant’anni di una storia iniziata in Istria, nella sua Isola…

Una cittadina adorabile, magnifica. Ce ne siamo andati, esuli, che ero alle medie, eppure i ricordi sono rimasti intatti. I miei erano commercianti di pesce ma anche agricoltori, avevamo quattro campi e facevamo dell’ottimo vino: io sono cresciuto con i prodotti della terra, da noi coltivati. Papà aveva costruito una casa all’ingresso del paese mentre la casa dei nonni, quattro piani proprio vicino al duomo, era in via Contesini 13, e lì eravamo nati noi. Mamma poi aveva fatto le scuole “alte”, il liceo classico Combi a Capodistria e a Capodistria andavo a scuola anch’io, in bicicletta o in corriera. Non posso certo lamentarmi intanto di dove sono nato e poi da chi sono nato e come sono cresciuto. Aggiungerei che era davvero sportiva, Isola: c’era la Pullino remiera del 4con campione olimpico ad Amsterdam, l’Ampelea di calcio in cui giocava Grezar. Una bella fortuna nascere in un posto così! Negli anni ci sono spesso tornato: sa, quando si ha un cimitero…

 

Lei iniziò a tirare di pugilato già a Isola.

Era la passione di papà, che aveva bottega a Trieste e si allenava nella palestra all’Accademia pugilistica triestina, dove poi sarei approdato anch’io. Ma ho iniziato piccolissimo a casa: pigliavo i calzettoni, ci infilavo altre calze dentro per imbottirli e li infilavo sulle mani. Furono i miei primi guantoni.

E arrivarono i giorni dell’esodo.

Eravamo cinque figli, io ero quello di mezzo. Mio fratello più grande, Eliano, venne preso solo perché in quei tempi bastava gridare “Viva l’Italia” ed erano guai. Si fece sette mesi di carcere. E la villetta che si costruì mio padre faceva gola a molti… Venimmo a Trieste, ma fummo anche fortunati. Per noi niente campo profughi, niente emigrazione chissà dove. La città era già la nostra città, papà aveva la bottega del pesce, io mi allenavo alla palestra dell’Accademia pugilistica e vivevamo in un appartamento di via Madonna del Mare. Io non feci le superiori, in quegli anni andò così, e poi non ero così portato per gli studi. Ero già un buon pugile, vincevo spesso, a 16 anni ero campione italiano novizi.

Poi arrivò Roma 1960: le Olimpiadi, quella medaglia d’oro che le cambiò la vita.

E l’oro olimpico non è nemmeno paragonabile a nessun altro titolo. È stato certamente il clou della mia vita ma non si può dire che mi abbia cambiato la vita. Io vivevo già solo per il pugilato, per lo sport, e l’educazione con la quale ero stato cresciuto, i valori trasmessi da mio padre Fernando e da mia madre Dora fecero sì che anche quel successo non stravolgesse il mio modo di essere.

Proprio la sua intelligenza, trasferita sul ring nella sua scherma, fu l’arma in più che le permise di battere anche pugili più potenti di lei.

Fu così sin dall’inizio della mia carriera. Era anche questo l’insegnamento di famiglia, quel modo di avvicinarmi allo sport e al pugilato in particolare che mi era stato trasmesso da mio padre Fernando già pugile prima di me. Un “lascito” che utilizzai molto bene, un bagaglio che mi sono preso sulle spalle con la leggerezza della passione…

Lei divenne grande amico di Emile Griffith, con il quale duellò nei mitici match del 1967 e del 1968. Andò a trovare Carlos Monzon, l’uomo che aveva messo fine nel 1971 alla sua carriera, quando questi finì in carcere e poi volò in Argentina per portarne il feretro al funerale, gesti di straordinario rispetto per un avversario duro. Solo con Mazzinghi, che lei sconfisse a metà degli anni ’60 non ci fu mai feeling sebbene lei gli tese più volte la mano.

Io e Mazzinghi avevamo ricevuto due educazioni familiari molto diverse, io non finirò mai di ringraziare il Signore per la fortuna di essere nato in una famiglia come la mia. Tra noi c’era grande differenza di temperamento. Griffith? Ho sempre detto e ripeto che non puoi non diventare amico di una persona con la quale dividi 45 riprese su un ring. Quanto a Monzon, uno che mi ha battuto due volte, meritava il mio rispetto assoluto.
Finita la carriera sportiva si stabilì definitivamente a Roma. E iniziò una nuova vita.

Ma Trieste, così come la mia Isola, sarebbe rimasta per sempre dentro di me. E non posso non sottolineare con un piacere particolare che ogni volta che ricevo una telefonata, ad esempio dagli amici della sezione degli Atleti Azzurri, è un tuffo al cuore e ho sempre cercato di essere presente agli incontri da loro organizzati. Poi, è vero: non ero più un pugile, ma godetti di tanti vantaggi derivanti proprio dalla mia carriera e allora non posso non pensare come le radici di tutto siano proprio a Isola e a Trieste. Anche se non è mai facile per tanti motivi tornare dove sei nato, dove sei cresciuto, dove hai imparato le preghiere, dove hai imparato a essere te stesso… Ormai non ritrovo più né la mia Isola né la mia Trieste.

A proposito di Isola: l’attuale amministrazione del Comune vuole invitarla per festeggiare questo compleanno importante.

Lo so e l’idea mi fa un piacere enorme. Sono un esule ma non porto rancori così come non ho malanimo per nessuno. Assolutamente. È stata la Storia. Nasce, cresce e finisce.

Torniamo al termine della sua carriera sul ring. Nel frattempo il suo matrimonio era finito e recentemente lei ha avuto modo di dire che il suo grande rimpianto è stato il rapporto perso con i figli avuti dalla sua prima moglie.

Sì, ci sono stati momenti difficili. Ma oggi, a 80 anni, guardandomi alle spalle, dico anche che se si è vissuta una vita come la mia non si può avere tutto che funziona. E poi, mi guardo attorno e vedo che c’è anche chi ha avuto attorno a sé situazioni ancor peggiori delle mie… Io, facendo un esame di quanto vissuto, posso solo ringraziare il buon Dio per quanto ho avuto. Tirando le somme, posso dire di avere tante cose da piangere, ma al tempo stesso sono felice per come sono arrivato a oggi. Sono nato in una famiglia di grandi valori e ho avuto la fortuna di trovare una donna, Nadia, con cui sto vivendo un matrimonio stupendo.

Negli anni in cui lasciò il ring girò anche due film, poi entrò in redazione al Giornale Radio Rai e infine “inventò” il mestiere di commentatore tecnico nelle telecronache. Ma cosa avrebbe voluto fare da “grande”?

Beh, ero già… grande! Anche perché devi essere grande per sapere quando devi smettere. In realtà non lo so cosa mi sarebbe piaciuto fare, avevo tante idee… Diciamo che ho sempre amato scrivere, e tutto sommato è anche quello che ho fatto. Feci un tirocinio al Gr Rai e quindi mi inventai il mestiere di commentatore.

Lei, si è sempre saputo, era di destra ma non ha mai voluto impegnarsi direttamente in politica: con la sua popolarità avrebbe potuto aspirare anche a uno scranno in Parlamento…

Avevo scelto la destra perché il contrario della sinistra e la sinistra rappresentava quel mondo che mi aveva cacciato di casa. Se poi comunque non ho mai voluto impegnarmi direttamente, è stato anche in questo caso per l’educazione avuta in famiglia e in casa mia la politica era tema di cui non si parlava. Non solo: non volevo fare passi che dividessero, creare motivi per mettersi contro o per rompere con qualcuno.

La sua vita è stata intensissima. Eppure non è mai stata raccontata in un film…

È vero, la mia vita è stata proprio un film. Ma le dirò che da qualche anno già qualcosa si sta muovendo per arrivare a fare un film e qualcosa forse si concretizzerà a breve…

Fonte: Il Piccolo