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Ilsuonome

Quando la Storia si fa Memoria

Intervista a Pietro Spirito, autore di un romanzo – tra i migliori di questa stagione – sul periodo degli esuli dalla ex Jugoslavia

di Igor Traboni – 20/05/2018

Tra i libri più interessanti di questa per certi avara stagione editoriale, c’è senza dubbio “Il suo nome quel giorno” di Pietro Spirito (Marsilio, euro 16,50). Il giornalista e storico triestino (lavora al Piccolo e ha alle spalle un’altra mezza dozzina di libri) si è prodotto in un romanzo “di memoria”, che collega la Trieste di oggi e di ieri – quella dei profughi in fuga dalla Jugoslavia dopo la fine della seconda guerra mondiale – ad una città del Sudafrica e a due donne, una di oggi e una di ieri. Le pagine scorrono velocemente (è un merito offerto dalla scrittura di Spirito) tra un susseguirsi di “emozioni”: perché altro non c’è da dire quando si ha a che fare per l’appunto con la Memoria. E con storie vere, benché romanzate.

Ma per saperne di più, abbiamo rivolto qualche domanda direttamente all’Autore.

Spirito, perché la decisione di scrivere questo romanzo, come nasce l’idea, la trama?

Nelle sue linee essenziali è una storia vera, di cui, da giornalista, mi ero occupato anni fa. Al di là della cronaca mi interessava però indagare l’idea di identità, cosa significa svegliarsi un giorno e scoprire di essere un’altra persona, di avere un altro nome, un’altra origine. E cosa succede quando la Storia incide sui destini delle persone, quando improvvisamente la vita prende una deriva inattesa, tale da cambiare idee, prospettive  e sentimenti, magari costringendo ad abbandonare la propria terra, la propria casa, gli affetti, tutto. Situazioni che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

La Storia è una costante dei tuoi libri, ma quello degli esuli è un capitolo niente affatto facile: come ti sei accostato a questo periodo?

Come giornalista e saggista mi occupo da tempo delle vicende legate all’esodo dalle terre cedute, è un argomento che ho studiato a fondo, sia sotto il profilo storico che narrativo, posto che la gran parte della narrativa dell’esodo è memorialistica o saggistica. Ma questo non lo considero  un romanzo sull’esodo, anche se inevitabilmente lo sfondo storico è quello. In teoria avrei potuto ambientare la stessa vicenda in qualsiasi altro momento, in un qualsiasi altro Paese teatro di esodi forzati. Ma era inutile cambiare tempi e ambienti, e anzi la sfida era affrontare il tema sotto un  profilo squisitamente letterario,

 Ho trovato, oltre al piacere della scrittura (e quindi della lettura), un grande merito in questo libro: non ci sono forzature ideologiche. Come sei riuscito ad evitare questa sorta di trappola?

Come narratore non mi interessa dare giudizi né cercare risposte. Mi interessa interrogare i personaggi, i sentimenti, ciò che accade. Posso anche avere una mia idea, una mia posizione di carattere politico su una determinata vicenda, ma questa non può entrare nel lavoro di inesausta interrogazione del reale. Ogni ideologia, o pregiudizio, ferma l’azione narrativa. La letteratura è sempre un atto politico, ma la politica non può mai essere letteratura.

 Ancora la Storia: in più punti del libro si ha l’impressione che tu l’abbia (volutamente?) un po’ trascurata per dare più forza ai personaggi e dunque alla trama romanzesca. È così?

Ripeto, non mi interessava scrivere un romanzo storico, nel senso di genere storiografico, come altri miei romanzi (Un corpo sul fondo, ad esempio). C’è una inevitabile prospettiva sul tempo, e una cornice plausibile sotto questo profilo, che si nutre di fatti e avvenimenti datati, ma quello che mi interessava erano i sentimenti, le emozioni, e, certo, l’agire dei personaggi nel tempo.

Ad un certo punto scrivi: <era difficile capire chi fosse amico e chi nemico, chi prigioniero e chi libero. Era come se l’ordine del mondo si fosse sfarinato…>. Non hai l’impressione che l’ordine del mondo, e delle cose, abbia conservato un po’ questo senso di precarietà?

Rispetto alla Storia siamo sempre naufraghi.  In certi  momenti ci illudiamo che possa esistere un ordine stabilito del mondo – penso per esempio agli anni della Guerra fredda – un ordine se non immutabile almeno determinato, qualcosa su cui si può intervenire. Ma improvvisamente tutto può crollare. Calpestiamo un pianeta che non sta mai fermo, anche se abbiamo l’illusione che la terra sotto i piedi sia qualcosa di saldo. E poi siamo il prodotto di ciò che è stato: gli storici sono concordi nel dire che certe crisi internazionali derivano direttamente dal primo conflitto mondiale, che ha provocato il secondo che a sua volta sta avendo ancora effetti nel nostro presente.

La presenza di Trieste è naturalmente forte attraverso queste pagine: al di là del periodo che tu inquadri, resta sempre una città letteraria o qualcosa sta cambiando?

Trieste è una città dalle identità multiple e frammentate, alla continua, spasmodica ricerca di un equilibrio. La mobilità dei confini, le enormi divisioni e sofferenze dovute ai grandi drammi del Novecento, alle guerre, ai mutamenti storici e sociali, ne fanno, ancora oggi, un luogo di anime affilate. Da un punto di vista letterario per uno scrittore è una specie di luna park.

Questo libro come sta andando? E nel cassetto di Pietro Spirito adesso cosa c’è?

Ho avuto buoni riscontri, mi pare, di lettori e di critica. Ora sto lavorando a un libro di racconti, e sono impegnato come documentarista in alcuni progetti per la Rai e produzioni indipendenti.

Fonte: Il Giornale d’Italia