Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata
September 21st, 2017
+39 040 771569
info@arcipelagoadriatico.it

Annamaria Zennaro Marsi

Anna Ed

Protagonista: Annamaria Zennaro Marsi
Autore: Annamaria Zennaro Marsi

La situazione abitativa della mia famiglia, composta da 4 persone, ospitate dopo l’esodo in casa della zia, era molto travagliata. Eravamo costretti in una stanzetta di forse 8 mq dove ci stavano a malapena un letto matrimoniale e una brandina. L’avvilimento maggiore era provocato dalla convivenza con la zia (sorella di mio padre e poco conosciuta da mia madre) che, dopo aver insistito per ospitarci nella sua casa di rione di Roiano, a Trieste, non aveva previsto le difficoltà di una convivenza così stretta tra persone, tutto sommato, sconosciute, tranne per quanto riguardava mio padre, suo fratello, che, però, dopo pochissimo tempo, per mantenerci, aveva accettato un imbarco su una petroliera che faceva rotta per Port Said, lasciandoci per molto tempo da sole.  L’assegnazione di uno spazio al SILOS, dopo nove mesi di lunga attesa dolorosa, venne dunque accettato come una liberazione, come la possibilità, per mia madre, distrutta psicologicamente e fisicamente, di riavere l’autonomia alla quale era stata da sempre abituata.  Non potevamo immaginare, però, a quali, se pur diverse angosce, andavamo incontro.  I box, delimitati da tavole di legno, preparati per accogliere le numerose richieste e i continui arrivi di profughi e sfollati, erano insufficienti, per cui ci venne assegnato, provvisoriamente, uno spazio vuoto di circa 16 mq, buio, senza finestre, adiacente ad altre due famiglie, delimitato sul fondo da una parete e completamente aperto davanti, con la possibilità di appendere su una corda, già predisposta, delle coperte grigie per tutelare la nostra privacy.  Una lampadina illuminava debolmente la “stanza” e un fornellino circolare, con una resistenza a serpentina, serviva a riscaldare il latte per la colazione del mattino e a bollire l’acqua per qualche brodino alla sera. Il primo mese il pranzo lo andavamo a prendere o a consumare alla mensa di via Gambini dove ci veniva servita un’ottima, per me, “pasta rossa.”  Ogni mattina, da sola, dal Silos, con una passeggiata di mezz’ora, mi recavo a Roiano alla scuola elementare Tarabochia per concludere l’anno scolastico nella stessa classe quarta, con le stesse compagne e con la stessa maestra, sig.ra Albanese, esigente e severa, ma tanto comprensiva e umana, alla quale ero molto affezionata.

Dopo la fine delle lezioni, alle volte gironzolavo per Roiano fino alle 15, cioè fino a quando si apriva il ricreatorio Brunner di via Solitro dove, al pomeriggio, oltre ad alcune piacevoli attività, mi offrivano una merenda ogni giorno diversa e, al mercoledì, pure la crema pasticcera e la cioccolata calda.  Al Silos i servizi igienici erano facilmente raggiungibili ma insufficienti per le persone che li dovevano usare e, spesso, nelle ore di punta, si doveva fare la fila per potersi “accomodare”. L’acqua dei lavandini era gelida e non invitava a lavarsi spesso per cui la scarsa igiene, l’alimentazione mediocre, l’obbligata coabitazione e l’impossibilità di riscaldarsi e di ricevere un po’ di aria e di luce naturale, influivano negativamente sullo sviluppo dei bambini generando epidemie influenzali, malattie respiratorie e soprattutto le tanto temute “ghiandole polmonari”. E, proprio per limitare i danni sulla salute di una comunità infantile tanto esposta ai malanni, intervenne la Croce Rossa Italiana che, dopo aver sottoposto tutti i bambini ad esami e vaccinazioni, presentò ai genitori alcune soluzioni per togliere i loro figli da quell’ambiente a rischio, con delle proposte che contemplavano la possibilità di soggiornare, durante l’estate, nei preventori montani per coloro che risultavano particolarmente debilitati e per gli altri, dai 10 anni in su, l’opportunità di venir ospitati presso delle famiglie di altri paesi europei.  Così – la disperazione o forse l’incoscienza – spinse alcuni genitori a spedire, i propri figli, per lo più maschi, in Danimarca, un paese che non era certo dietro l’angolo, con la convinzione che avrebbero vissuto un periodo di insperato benessere, ritornando rinvigoriti e risanati.

IN VIAGGIO VERSO LA……… DANIMARCA  Giugno 1949
Così io, all’insaputa di mio padre, che non l’avrebbe mai permesso, mi trovai, a 9 anni e mezzo, assieme ad altre 5 bambine sconosciute, in uno scompartimento di un treno, in partenza verso un paese che avevo sì individuato sulla carta geografica, ma che, per tutti noi, rappresentava l’ignoto.  Ero orgogliosa della mia valigetta, nuova, di cartone, con dei minuscoli nodini bianchi e verdi che racchiudeva la biancheria di ricambio richiesta sul modulo della Croce Rossa: un golfino, una saponetta e il necessario per l’igiene personale. Mia madre ci aggiunse una pacchetto di biscotti OSVEGO per la colazione del mattino.  Essendo piccola e mingherlina, mi assegnarono, in treno, il posto più alto, sulla rete, dove mi sarei adagiata durante la notte (così capii che sul treno avrei anche dormito).  Il viaggio, dopo l’iniziale eccitazione, si rivelò sempre più disagiato. Ad ogni fermata mi assaliva la nausea e il mezzo limone fornitomi dall’assistente non produsse alcun miglioramento. Le fermate erano lunghissime e noiose. Non avevo appetito e riuscivo a mangiare il panino che ci veniva consegnato solo quando il treno era fermo. L’unico servizio era lontano e per raggiungerlo si passava davanti allo scompartimento dei maschi, dove scorsi, in mezzo a volti sconosciuti, un amico d’infanzia chersino, anche lui inconsapevole protagonista dell’incognita avventura.  A Milano vennero accolti altri bambini provenienti da altri campi profughi e, procedendo attraverso interminabili gallerie, estenuanti soste e notti sempre più turbolente, raggiungemmo la Svizzera. Dal finestrino, vicino al quale ero seduta, ammiravo estasiata il variegato panorama da cartolina.  Passarono due giorni e altrettante notti e la meta sembrava ancora lontana. L’assistente ci rassicurava, però cominciavano a serpeggiare delle voci, provenienti dai più grandicelli, secondo cui i genitori ci avevano abbandonati per scaricarci chissà dove e con chi.

La visione di una Germania disastrata fece aumentare la nostra tristezza. Scorrevano sotto i nostri occhi cumuli di macerie, case diroccate, strade dissestate, pietre dappertutto e, nell’attraversare i grossi fiumi, sembrò che il treno procedesse nel vuoto. I ponti distrutti erano stati infatti ricostruiti velocemente solo per sostenere i binari e permettere il lentissimo transito dei treni. Eravamo turbati, tutti affacciati ai finestrini, per seguire, con il fiato sospeso, l’ardito passaggio sul torbido e impetuoso fiume Elba, che ci sembrò interminabile ed estremamente inquietante.  Dopo 5 giorni di viaggio la resistenza stava scemando, alcuni di notte piangevano e altri non avevano l’energia sufficiente nemmeno per lamentarsi.  Giunti al confine, la Danimarca ci accolse con una pioggia battente che non ci abbandonò per parecchi giorni e una temperatura alla quale non eravamo abituati. Eravamo nel mese di giugno e pochi disponevano di un equipaggiamento idoneo ad affrontare il freddo. Venimmo sistemati in baracche dalle quali uscimmo solo per un controllo medico sulla regolarità delle vaccinazioni e dei documenti e poi di nuovo in treno verso il centro di raccolta.  Dovevo essere gialla come il mezzo limone che quotidianamente mi consegnava l’accompagnatrice, infreddolita ed esausta e credo che così mi videro quando, nella palestra, ad Aarhus, con un cartellino al collo, allineata in riga con tutti gli altri bambini, vennero Nielsa con Nielsafar e Birte a prelevarmi. Mi fecero salire su un’automobile nera, grossa come un taxi inglese, sulla quale, con un viaggio di oltre 6 ore, raggiunsi finalmente Grenaa, una graziosa cittadina sul mare di fronte alla Svezia.

La mia mente era talmente confusa che non riuscivo a connettere, udivo a malapena delle voci che parlavano una lingua incomprensibile, scorgevo delle facce sorridentialle quali non riuscivo ad accennare un sorriso. Non vidi neanche la bella casa di Havnevej 48 con i mattoncini rossi né il giardino fiorito, né gli altri familiari che mi accolsero gioiosi. Lessi a mala pena le domande del dizionarietto con i colori della nostra bandiera, che si erano procurati per l’occasione, tentennando continuamente il capo per rispondere che no, non avevo fame, né sete, né bisogni di alcun genere, finché alla domanda: “Hai sonno?” sempre con il capo, assentii.  Capirono e mi condussero in un vero bagno, bianco e profumato, con vasca e acqua calda e, dopo avermi sollecitato a lavarmi anche i denti, mi misero in un lettino con le sponde di legno, ai piedi del loro letto matrimoniale.  L’indomani mi sarei accorta che non avevo vissuto un sogno turbolento, né partecipato ad un film angosciante, né rielaborato un racconto avventuroso, ma che mi trovavo totalmente immersa in una realtà che mi avrebbe richiesto ogni giorno un grosso sforzo di adattamento e di accettazione delle continue novità che il nuovo ambiente mi imponeva e dalle quali non potevo sfuggire perché ero priva di qualsiasi ancora di salvataggio.

RISVEGLIO IN DANIMARCA
Quando mi svegliai il sole era già alto per cui capii di aver dormito parecchio.  Intorno regnava il più assoluto silenzio, come se non ci fosse nessuno in casa. Mi pervenne soltanto un intenso profumo di sedano e carote, più intenso di quello che sentivo a Cherso quando mia madre faceva cuocere la carne per il brodo. Non sapevo cosa fare: avrei potuto dire ad alta voce: “Buon giorno” e forse qualcuno sarebbe intervenuto; avrei potuto abbassare la spondina del letto ed alzarmi oppure fare qualche rumore per far capire che ero sveglia… oppure… invece stetti immobile con gli occhi chiusi, cercando di riepilogare velocemente gli avvenimenti della mia vita che si erano succeduti in quegli ultimi 9-10 mesi.  Via da Cherso, dalle mie abitudini, dai miei amici, dalla nonna, dalle masiere, dalle barche, dal mare, via dalla luce e dalla libertà del Prà, dalla casa rosa, dalle mandule, dai fighi freschi e da quelli “suti”, dalle olive e dalle ciliegie, via dalle porta Marcella e da quella Bragadina, via dal Turion e dalla Loggia, via dal Duomo e dalla Chiesa dei Frati, dalle Munighe e dal Piscio…Via da tutto quello che rappresentava la mia infanzia, pur provata dalle tristi vicissitudini della guerra.  A Trieste mi dovetti adattare alla nuova vita, alla scuola di Roiano, alle nuove compagne, al cemento, ai tram, ai palazzi di tanti piani e tante finestre, senza la nonna, senza il gatto e senza le galline, in uno spazio ristretto e con la mamma sempre triste e sofferente.

Dopo la prima sconvolgente “piroetta” e dopo solo pochi mesi altro capovolgimento: il SILOS, senza finestre, senza aria e senza luce, tra persone sconosciute e una vita tutta da riinventare. Ora, dopo un viaggio interminabile, un’umiliante attesa di venir scelti, come in una fiera degli animali con un cartellino al collo, da qualcuno che non ti conosceva e che si affidava al proprio intuito e alle proprie esigenze. Ricordo che osservavo con ansia quelli che entravano, volgendo lo sguardo dall’altra parte quando all’ingresso si affacciava qualcuno che dall’aspetto non mi aggradava.  Tutti noi credevamo di essere già stati assegnati alle famiglie richiedenti, invece ci comunicarono che quelli che non venivano presi sarebbero andati tutti assieme in un convitto, una soluzione che ci turbava. Anche per questo motivo, quando vidi sulla porta la famiglia Nielsen, li guardai con simpatia e fui contenta di lasciare la riga dove erano rimasti ancora molti bambini soprattutto maschietti. Dino non c’era più. Seppi poi che era stato accolto da una famiglia benestante di Copenaghen, dove si era trovato bene.  La moviola dei miei pensieri continuava a girare quando una testina dai capelli corti e biondi si affacciò alla porta e disse: “Goddag!”, e capii che significava buon giorno; aggiunse il suo nome e cognome, Gudrun Nielsen, e se ne andò velocemente, tornando subito dopo con un vassoio con tanti invitanti pasticcini e una tazza fumante di the. Non ero abituata a bere il the al mattino, ma, dopo aver divorato alcuni pasticcini, ne bevvi un sorso per cortesia.  Da quel momento venni immersa in una nuova esistenza: dovetti intuire e registrare continui e nuovi messaggi e, per poterlo far bene, cancellai tutto il recente passato e dimenticai anche i miei familiari.

I primi giorni, specie alla sera, quando eravamo tutti intorno al grande tavolo, vennero dedicati alla nostra conoscenza reciproca e, con l’aiuto del “Den lille Italiener sproegforer”, con i gesti e con qualche disegno approssimativo da parte mia, appresero molto su di me e io su di loro. Conobbi i nomi e l’età dei 4 loro figli: Johan di 18 anni, Ersebeth di 16, Viggo di 12 e la mia coetanea Birte, una bambina piuttosto capricciosa e difficile che avrebbe potuto, nel desiderio dei suoi genitori, trovare in me una compagna di giochi. In realtà, la mia presenza la rese, soprattutto all’inizio, gelosa e ancor più inquieta.  Di giorno tutti andavano a scuola e io rimanevo sola con Nielsa (come battezzai, italianizzandolo, il suo cognome, e suo marito divenne Nielsafar), nomi che mantennero per tutta la loro vita nei rapporti con me.  Scoprii il giardino dietro la casa con due alberi di mele e sul fondo piante di ribes, graspini, tanta lattuga, sedano e carote e tanti fiori coloratissimi ai lati.

Mi piaceva arrampicarmi sui rami bassi dei meli, fare le capriole sull’erba e altre acrobazie che Nielsa seguiva con qualche apprensione finché, dopo alcuni giorni, apparve Elda, una ragazza triestina che abitava nella casa vicina e che per un po’ di tempo divenne la mia compagna di giochi.  Era dolce e buona, però si lamentava continuamente perché abitava con una giovane signora vedova che, secondo lei, l’aveva presa per custodirne il figlioletto di 4 anni. Non capiva quello che le diceva e non la sopportava.  Con lei potevo giocare e parlare ma, dopo poco tempo, non la vidi più, né seppi più nulla di lei. Ne conservo ancora due foto scattate nel giardino. Seppi poi che alcuni bambini erano stati rimpatriati.  Il primo mese trascorse velocemente ed ebbi anche la fortuna che fino a metà luglio le giornate furono sempre soleggiate e calde. Mi portarono a visitare la cittadina di Grenaa, la sua chiesa di religione luterana, la fabbrica di vestiti di Nielsafar e, ogni tanto, seduta sullo stangone della bicicletta del papà, raggiungevamo la fattoria della nonna, in mezzo ad un parco con alberi secolari, tante oche e un piccolo fiume, d’inverno ghiacciato, dove i ragazzi potevano pattinare.  Io non sapevo andare in bicicletta e non me la sentivo di imparare per cui, nei lunghi tragitti, dovevano trasportarmi .  Un giorno, inaspettatamente, si presentò sulla soglia di casa una signora che volle sapere il mio nome e cognome e chiese di parlare con Nielsa. Era un’incaricata della Croce rossa alla quale mia madre si era rivolta per avere mie notizie, dato che non avevo ancora, dopo un mese, scritto alcuna lettera, nonostante la famiglia mi avesse sollecitato a farlo. Le giornate però scorrevano così in fretta e con tante novità che dimenticai di avere una famiglia a Trieste.

Per un periodo frequentai anche la scuola dove, con grande fatica, dovetti dimenticare i lunghi esercizi di asta e filetto e dei cerchietti da contenere con precisione dentro ai quadretti del quaderno di prima elementare a Cherso e abituarmi alla scrittura inclinata, stile inglese, della scuola danese. Ci riuscivo solo tenendo il quaderno in diagonale. Ogni qualvolta ottenevo dei buoni risultati nel dettato oppure nell’aritmetica, l’insegnante mi dava un soldo bucato (ore) che, all’insaputa di Nielsa, che non gradiva questi, che io consideravo dei premietti, nascondevo nella mia valigetta infilati in uno spago finché ne feci un prezioso e originale braccialetto. Nella scuola, durante l’ora di scienze ci si spostava in una sala da esperimenti con gli scanni in salita come in certe università, per assistere meglio alle lezioni. Spesso, davanti alla scuola sostavano dei saltimbanchi che su una fune posta molto in alto, senza alcuna protezione, si cimentavano in acrobazie spettacolari ed emozionanti.  Durante l’ora di educazione fisica si giocava, tempo permettendo, all’aperto, a baseball e, dato che ero veloce nella corsa, riuscivo a far acquisire alla mia squadra anche qualche punto e questo mi rendeva felice e ben inserita.

Non altrettanto bene mi trovai quando, nel mese di agosto, volli andare con Birte e Viggo in un campeggio sul tipo dei boy scout, dove non gradivo le levatacce del mattino, ’acqua gelida per lavarsi né il clima ormai autunnale, per cui mi vennero a riprendere.  Mi abituai presto anche al cibo, soprattutto a quello serale, quando su un grande disco di legno venivano sistemati dei salumi, formaggi e delle salsicce deliziose e bollenti. che ognuno poneva su delle fette di pane nero (smorrenbrod) spalmate di fegato d’oca (leverpostaj) o di gustosissimo burro salato.  Gli adulti bevevano la birra, mentre noi il latte freddo oppure il succo di mela.  Il latte era considerato a tutti gli effetti una bibita e, quando spiegai che io lo bevevo caldo e solo al mattino, si stupirono enormemente, ma, pur se con un sorriso incredulo, mi accontentarono servendomelo, spesso, anche con i fiocchi d’avena zuccherati.  Per festeggiare qualche avvenimento importante cuocevano il riso, che era considerato una leccornia e che in quel periodo postbellico veniva razionato. Nielsa, dopo averlo cotto, lo metteva in uno stampo da pudding, poi lo capovolgeva e riempiva il centro della grande ciambella di marmellata, che lei faceva con il ribes. Per loro era il massimo della ghiottoneria, mentre io dovetti nel tempo abituarmi al sapore dolce-salato di alcuni cibi. La pasta era sconosciuta, mentre abbondavano i cibi costituiti da patate con il cerfoglio oppure bollite e accompagnate da gustose salsette.

Un giorno festivo, con un sole splendido, andammo tutti al mare, su una spiaggia sabbiosa e un mare di un blu profondo come il costume che mi avevano comperato per l’occasione. Spirava dal mare un venticello fresco e ci eravamo seduti al riparo di una duna. Non capivo perché nessuno avesse desiderio di fare il bagno e seppi che nessuno sapeva nuotare e che l’acqua era molto fredda pur essendo d’estate.Non ci potevo credere, feci una corsetta e mi buttai, senza che riuscissero a fermarmi. Conservo ancora il ricordo delle mie gambe arrossate e irrigidite e di Nielsa che mi avvolse velocemente in un grande asciugamano. Non mi successe niente, però imparai che il mare non era uguale dappertutto.  Venne settembre con giornate uggiose e fredde Mi fecero indossare maglie di lana e un giubbotto di panno grosso con lo zip. Ogni mattina Nielsa mi faceva le treccine e me le legava in cima con nastri di vari colori. Le mie braccia ora erano tornite e la mia faccia più rotonda. Ormai si avvicinava il giorno della mia partenza, che sarebbe avvenuta pochi giorni dopo il mio compleanno. Quel giorno, per festeggiarmi, Nielsa mise al centro del tavolo un grande recipiente pieno di sabbia bagnata dove infilò fiori di varie grandezze e poi preparò un pranzo speciale con riso e gamberetti seguito da dolci di vario tipo. Al pomeriggio vennero gli invitati (parenti e amici) a mangiare la torta e deposero sul pianoforte tanti regali che aprii con ingordigia, incredula e meravigliata. Poi cantarono tutti insieme una canzoncina accompagnati da Nielsafar al pianoforte. Fu una giornata indimenticabile con giochi, risate e tanto buonumore che avrei voluto durasse per sempre.

Dopo pochi giorni andai a prendere la mia valigetta, che si riempì immediatamente e dovetti selezionare attentamente quello che desideravo portare con me, per cui Nielsa aggiunse un’altra borsa, assicurandomi che il resto me l’avrebbe inviato per posta a Natale e così fu.  Salutai tutti i familiari, poi mi riaccompagnarono ad Arhuus, dove giunse il treno che mi avrebbe, assieme a tanti altri bambini, riportato in Italia e poi a Trieste. Ormai capivo e sapevo parlare discretamente il danese e Nielsa, prima di lasciarmi, con le lacrime agli occhi mi disse: “Mi devi promettere che tornerai da noi.” Ero molto commossa anch’io, ma non credevo possibile un ritorno, che invece avvenne, dopo 2 anni, nel 1951, ancora su loro richiesta e con l’intervento della CRI e poi li rividi di nuovo, da adulta, nel 1983, assieme a mio marito e a mia figlia. Tuttora ci sentiamo, soprattutto a Natale, con quelli che sono rimasti.  Non ricordo il viaggio di ritorno, sicuramente non fu tragico come l’andata e al nostro arrivo a Trieste fummo accolti con grandi festeggiamenti. Il giornalista Italo Orto, allora molto giovane, ci intervistò e mi fece cantare l’inno nazionale danese, che avevo imparato a scuola.” Der er et Yndigt land…”Questa è una terra amabile…“

Mi sembrava di non saper parlare più l’italiano, mia madre e mia sorella mi videro cambiata, ingrassata di 5 kg, che stentavo a riprendere dopo 4 mesi di pausa.  Ero disorientata e dovetti riadattarmi velocemente ad una nuova realtà, trovando la forza di affrontare nuove e complicate “piroette.”  Per essere più vicina alla nostra abitazione, mi avevano iscritta alla Scuola Ruggero Manna, con un’altra maestra e altre compagne. Dovetti inoltre conformarmi ad un ambiente, quello del Silos, che prima di partire per la Danimarca avevo appena percepito come inconsueto e che per più di 5 anni ci avrebbe ospitato tra numerose traversie, imprevisti tristi e lieti, ma anche esperienze straordinarie di vita in una comunità costretta a vivere a contatto di gomito, dove anche un respiro veniva percepito e rielaborato, e dove, come nelle cellette di un alveare, ognuno provvedeva a se stesso, ma sempre agganciato agli altri; dove spesso le tensioni venivano a stento frenate, ma anche le gioie pubblicamente condivise in una commistione di degrado, sconforto, umiliazioni, ma anche di integrità morale, di segrete e forti speranze e di incredibili e indimenticabili esperienze e avventure vissute da noi bambini in quel enorme PALAZZO, maestro e palestra di vita.