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September 21st, 2017
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Caterina Fradelli: ricordi di Zara, 1940 – 1946

Zarafoibe

Protagonista: Caterina Fradelli
Autore:

La prima fuga da Zara, 1941

All’altare della Madonna del Rosario della Chiesa di S. Simeone di Zara, alle 6.30 del 15 aprile 1940, il Parroco don Giacomo Foretich Colenda celebrò il matrimonio di Caterina Fradelli e Vittorio Varisco.
Durante il viaggio di nozze seguirono giorni felici vissuti a Trieste, Venezia, Firenze e Roma.
Il 29 aprile fummo di ritorno a casa ed iniziarono gli anni più difficili della nostra vita.
Il 30 aprile Vittorio fu chiamato alle armi, lo vedevo solo la sera in libera uscita quando non aveva impegni di servizio o la truppa non era consegnata in caserma.
Fu così per sei mesi, da maggio a ottobre.
A novembre la Federazione, ormai senza impiegati, chiese ed ottenne dal Comando Militare che Vittorio riprendesse il lavoro nel suo ufficio.
Non vestiva più il grigioverde, ma ugualmente il servizio era pesante, senza orari, impegnato com’era a sostituire gli impiegati più giovani sotto le armi; qualche volta non tornava a casa neppure la notte.
Continuò così per tutto il 1940, vivevo intanto serenamente la mia prima maternità.
Il 22 marzo 1941 nacque la piccola Gianna, ebbi così la gioia di stringere al petto la mia prima creatura, era sana e vispa, pesava 3.700 gr., il 27 marzo fu battezzata in ospedale.
Dopo una degenza di cinque giorni tornai a casa con il mio piccolo grande tesoro fra le braccia, contenta ed allo stesso tempo preoccupata.
Temevamo l’imminente entrata in guerra contro la Jugoslavia, la posizione geografica della città non ne favoriva la difesa specie considerando il suo limitato territorio di appena 53 kmq.
Non si poteva proprio stare tranquilli.
In quei giorni le autorità invitavano la popolazione civile a trasferirsi in Penisola.
Il 1° aprile 1941 il Ministero della Guerra ordinò lo sfollamento obbligatorio della popolazione civile e per tutti coloro che non fossero impegnati in doveri d’ufficio.
Le scuole erano chiuse, bisognava partire.
Mamma Ida era indecisa, non voleva allontanarsi da Zara, alla fine si convinse, non poteva lasciarmi sola in quel viaggio con una creatura di appena dieci giorni.
Il 2 aprile 1941 fu una giornata tristissima, ricordo ancora l’angoscia della partenza, anche il cielo partecipava al nostro dolore, era grigio plumbeo e le nuvole gonfie di pioggia.
L’ordine d’imbarco sulla “Stamira”, ancorata alla Riva Vecchia, era per le dieci della sera, pioveva, portavo Gianna in braccio, più numerose erano le nostre lacrime che la pioggia che cadeva dal cielo.
La pioggia era chiara e trasparente, le nostre lacrime amare e piene di disperazione.
Ci assegnarono una cuccetta in una cabina con altre persone.
Sistemai Gianna alla meglio e mi raggomitolai accanto a lei, mamma tra seduta e sdraiata prese posto in fondo al letto.
Tutti tacevano, assorti nei loro pensieri.
Restammo in quella scomoda posizione tutta la notte quasi senza parlare fino all’alba e fu così per tutta la traversata verso Ancona.
Mi chiedevo se saremmo più ritornate a casa.
La nave levò gli ormeggi appena alle cinque del mattino scortata da due torpediniere per proteggerne la navigazione.
Arrivammo ad Ancona verso le quattro del pomeriggio del 3 aprile.
Mia fratello Andrea era ad aspettarci assieme alla moglie Rita Bersani, gli studenti della sua terza liceo svolgevano servizio di volontariato al porto.
Non ci fu consentito sbarcare subito, doveva essere redatto l’elenco degli sfollati, quasi tutti privi di documenti, ed essere sottoposti alla visita del medico provinciale.
Il tempo passava e Rita, preoccupata per Gianna, si rivolse alla moglie del Prefetto di Ancona pregandola di far sbarcare al più presto la piccola per liberarla dalla lunga attesa.
La Signora l’ascoltò con attenzione, poi ” Venga con me ” disse con tono deciso.
Si presentò al picchetto di servizio ” Fatemi passare, è un caso pietoso ” ordinò.
Scambiò con noi poche parole di circostanza, prese in braccio Gianna e con Rita ritornarono a terra.
Con l’auto del Prefetto, Rita portò Gianna a casa, abitavano verso il Monumento ai Caduti, l’ultima via a sinistra, una salita chiamata delle Rupi.
L’affidò a sua madre, nonna Alice, che l’aspettava.
Le tolse le fasce e la coricò nel lettino della cuginetta Ida di tre anni.
Esaurite le pratiche burocratiche, dopo le dieci di sera scendemmo finalmente a terra dove Rita ed Andrea ancora ci aspettavano.
Alla partenza da Zara, Vittorio, sempre previdente, aveva scritto su tutte le valige il nome “Fradelli” così gli alunni di Andrea le poterono facilmente riunire in un luogo sicuro.
Con un’auto finalmente arrivammo a casa.
Gianna era inquieta ed io, mamma alle prime armi, confusa e stanca del viaggio, non sapevo cosa fare.
Le diedi un po’ del mio latte, ma si quietò solo per poco e riprese a lamentarsi.
Andrea per farmi star tranquilla chiamò un pediatra che visitò la bambina, la pesò ed alla fine concluse che era in buona salute, era sana e vispa.
Aveva solo fame, il mio latte non le era stato sufficiente.
Date le mie condizioni fisiche e psicologiche, erano due giorni che non mangiavo, consigliò l’acquisto di un latte in polvere della marca francese Guigoz che allora andava per la maggiore.
Se n’andò rinfrancandoci e rifiutando l’onorario, felice di aver aiutato una famiglia italiana della Dalmazia.
Andrea si recò alla farmacia ad acquistare il latte e così alle undici della sera soddisfammo l’appetito della piccola e potemmo finalmente riposare tutti dopo quella lunga e faticosa giornata.
Il 6 aprile ebbero inizio le ostilità con la Jugoslavia, l’inevitabile guerra tanto temuta alla fine era arrivata.
Per noi, sfollati in Penisola, la preoccupazione più grande ed il pensiero ricorrente era per chi era rimasto a difendere la città.
Si temeva il peggio, Zara era accerchiata dal nemico che, benché meno forte ed agguerrito, controllava tutti i punti strategici e le vie di comunicazione.
La guerra guerreggiata fu vinta in pochi giorni, l’assedio di Zara finì il 12 aprile, ma lasciò il posto ad un nuovo vile modo di combattere.
Fu la guerra per bande, il nemico si nascondeva armato e d’improvviso tendeva sanguinose imboscate.
Pensavamo ingenuamente che la guerra dovesse avere delle regole, ma imparammo presto che non ha regole né rispetto per nessuno.
Più tardi negli anni, per la gran parte di noi esuli giuliano dalmati fu sempre difficile pensare ed ancor oggi resta impossibile capire le verità che venivano insegnate.
Scoprimmo che coloro che con sacrificio avevano difeso la nostra terra, a noi non era mai importato quale divisa vestissero, fossero giudicati dei delinquenti ed invece quelli che conoscevamo come autentici delinquenti venissero celebrati come eroi.
La Storia come sempre è scritta dai vincitori.
Per noi “Veneti de là del mar” l’ideologia ha sempre avuto poco valore, il nostro più grande impegno era quello di mantenere la nostra identità etnica e culturale.
Anche sforzandoci di capire le ragioni del nemico, a sessant’anni dalla fine di quella maledetta guerra, possiamo finalmente affermare la nostra verità.
Agli amici ed agli avversari, anche solo a coloro che ignorano, ricordiamo che quanto accadde allora in Istria ed in Dalmazia non ha paragone alcuno con la storia e la cronaca dell’Italia di quel tempo, vittima della guerra civile dove la mano del fratello colpì il fratello.
Quelli che non conoscono la nostra storia ed ignorano il dramma patito dagli esuli giuliano dalmati sono ancora molti; altri, quelli che ancor oggi ci sono avversari possono solo offrire squallida testimonianza dell’ideologia che rappresentano.
La nostra fu un’altra storia, diversa da quella oggi qualcuno ancora si sforza di raccontare, una storia certo difficile da comprendere anche perché nessuno ha ancora avuto l’opportunità di scriverla nei libri di scuola perché sia insegnata ai nostri figli.
Storia della quale siamo consapevoli di essere scomodi testimoni.
La Jugoslavia si arrese ed i soldati italiani occuparono tutta la Dalmazia.
Avremmo voluto sperare in una soluzione rapida e pacifica del conflitto, ma nessuno di noi, conoscendo il nemico, in cuor suo nutriva buone speranze.
Restammo ospiti di Andrea per un mese dove un giorno vennero i messi del Comune per portarci i documenti con i quali avremmo potuto godere del sussidio concesso agli sfollati.
Andrea rifiutò sostenendo che non ne vedeva la necessità, eravamo suoi ospiti, lui stesso avrebbe provveduto ai nostri bisogni.
Nulla di strano nella sua decisione, era frutto naturale di un’educazione, di un modo di sentire e di comportarsi coltivati da sempre e non solo in famiglia.
La risposta fu quasi ovvia, anche se data col cuore, nessuno di noi peraltro era sfiorato dal pensiero di trarre vantaggio alcuno dalla nostra condizione di sfollati dato che potevamo provvedere con i nostri mezzi.
Quando venne il crollo militare della Jugoslavia e la guerra ebbe termine il nostro primo pensiero fu ritornare a Zara.
Mamma Ida si attivò per prima recandosi in Questura per le necessarie autorizzazioni e poi al porto di Ancona per acquistare i biglietti per la partenza.
Trovò tutte le cabine della nave prenotate per l’intera settimana.
L’impiegato addetto, data l’insistenza e volendo agevolarla, pensò bene di chiederle di esibire il tesserino per il sussidio agli sfollati.
“Non possiedo questo tesserino che lei chiede né ricevo alcun sussidio” fu la secca risposta.
L’impiegato allora, forse sorpreso, certo meravigliato, la fece accomodare e si attaccò al telefono chiamando la Capitaneria di Porto alla ricerca di una soluzione per accontentare l’indomabile Signora che gli stava di fronte.
Gli veniva risposto che tutto era già prenotato, insistette con caparbietà affermando che si trattava di un ordine e che per l’indomani mattina alle nove doveva esserci assolutamente una cabina libera per la Signora Ida Schlacht vedova Fradelli e famiglia.
Poiché evidentemente riceveva risposte evasive, continuò ad insistere.
Alla fine, posata la cornetta si rivolse a mia madre con un sospiro di sollievo ed un sorriso di soddisfazione dicendo:
“Tutto sistemato Signora, domani mattina potrà partire per Zara in un’ottima cabina con sua figlia e la nipotina”.
Alla fine, dandole la mano per un cortese saluto, colpito da tanta risolutezza aggiunse:
” Ma. . . I Dalmati sono tutti come Lei, Signora ? ”
L’indomani, con il cuore colmo di gioia, c’imbarcammo per Zara cullandoci nell’ingenua speranza che, finita la guerra con la Jugoslavia, tutto avrebbe potuto ricominciare come prima e che la vita sarebbe potuta riprendere come nei giorni migliori.
Quell’idea si dimostrò presto un’illusione; con il suo pesante fardello di orrori anche in Dalmazia si stava avvicinando una guerra che ancora non conoscevamo ed il cui epilogo fu la tragedia di un intero popolo e la distruzione della città.
Il breve periodo nel quale restammo ad Ancona ed ancor più la “guerra lampo” con cui era stato tolto l’assedio alla città e le nostre truppe avevano occupato tutta la costa dalmata, ci fece pensare che la città non doveva aver sopportato grossi pericoli.
Tornata a Zara, la mamma trovò saccheggiata la ricca e variopinta dispensa di marmellate, composte e frutta sotto spirito che aveva preparato con tanto amore e paziente perizia, protestò vivacemente.
Vittorio spiegò che dai più era giudicato abbastanza improbabile il successo della difesa della città, circondati com’erano dal nemico.
Convinto che difficilmente saremmo tornate a Zara, aveva pensato di far partecipare anche gli amici a quel ben di Dio che c’era in casa ed aggiunse che, gustando quelle delizie, avevano brindato alla sua salute.
Fu così che svanì il patrimonio delle marmellate di famiglia!