Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata
July 23rd, 2017
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Gianni Giuricin: Testimonianze dal lager.

Il Dio Brot6

Protagonista: Gianni Giuricin
Autore:

Vi proponiamo una testimonianza dei giorni di prigionia in un lager nazista, raccontata nel libro “Il dio brot” da Gianni Giuricin, autore di numerose pubblicazioni e scritti sull’argomento, in parte autobiografici e in parte storie di personaggi della sua famiglia che vennero messi alla prova dalle dittature del “Secolo breve”. Colpisce dei suoi racconti la chiarezza della narrazione ed un approccio che vuole essere il più fedele possibile alle sensazioni ed ai pensieri di allora, senza una rivisitazione postuma che ne potrebbe inquinare l’immediatezza. E colpisce, come un pungo allo stomaco, la crudeltà di un’esistenza senza tempo, di giovani ai quali la vita riservava una durissima prova che li avrebbe segnati per sempre..

TESTIMONIANZE DAI LAGER.

Feci conoscenza così con i posti letto di legno a tre piani o strati, che caratterizzavano tutti gli ammassamenti di prigionieri e internati.
Qui ci venne riservato il primo privilegio d’una fotografia d’obbligo, scattata di fronte e di profilo, con l’indicazione di un numero personale, segnato nella scheda dei dati individuali.
Una copia della fotografia venne distribuita ai nuovi “divi” insieme alla doppia piastrina d’alluminio con catenella da appendere al collo nel caso di necessità di riconoscimento, sia da vivo che da morto.
Divenni così da quel momento il signor 4136 e sulla piastrina il numero 110277.
Due giorni dopo il nostro arrivo ci fecero uscire dalle baracche per riunirci tutti al ufficiali nel centro di un quadrato, al cospetto di una tribuna ornata ai lati da due mitragliatrici fisse e da microfoni e megafoni, la truppa ai due lati. Tutti in riga, “allineati e coperti” come nelle grandi parate. Eravamo molte migliaia di italiani, di tutte le armi e specialità.
Dopo un paio d’ore d’attesa (tutto il mondo è paese), mentre avveniva la prova delle apparecchiature radiofoniche, salirono sulla tribuna degli ufficiali tedeschi e con loro un ufficiale superiore dei bersaglieri, con tanto di cappello piumato.
Il suo discorso, in parte molto ripetitivo, si riferiva agli ultimi avvenimenti italiani sottolineati con parole di vituperio per il tradimento di Badoglio e del re, ma alla fine si concludeva con un pressante appello a riprendere a combattere a fianco dell’alleato germanico lasciando quella inattiva condizione d’internamento.
Avvertirono tutti il pericolo al quale si andava incontro per il ripetersi dello scatto, più secco del normale, dei tacchi (non pochi ufficiali di cavalleria e d’artiglieria erano muniti di speroni) ogniqualvolta veniva pronunciato dall’oratore il nome del re, un uso normale sotto le armi in Italia in quell’epoca. Lo scatto sull’attenti doveva avvenire alla pronuncia del nome del re del duce. Ma in quel nostro caso, nel Lager di Luchenwalde il nome del duce passava sotto silenzio, dei tacchi. Non era stata predisposta alcuna intesa in tale senso fra gli ufficiali, ciò non pertanto un colpo secco indemoniato rimbombava nel piazzale se l’oratore chiamava in causa il re.
Questa pericolosa dimostrazione di contrarietà non venne meno neppure allorché i due soldati tedeschi di servizio alle mitragliatrici manovrarono rumorosamente l’apposito carrello di caricamento con un forte rumore d’acciaio amplificato dall’impianto radiofonico.
Dovevo aver lasciato le armi e cessato di combattere per assistere ad un’eccellente dimostrazione di concorde tacita disciplina, non molto adatta all’indole non esageratamente militaresca dell’italiano, a prescindere dagli ideali monarchici e repubblicani del momento. Qualche raffica di mitragliatrice in direzione degli italiani inquadrati nel piazzale non avrebbe destato gran meraviglia: sarebbe stato un atto nell’ordine delle cose, ordinaria amministrazione.
Nulla di tutto questo, anche se quelle migliaia di italiani concordi avrebbero fatto stufare i santi.
Nei pochi giorni successivi in quel campo i pensieri non mancavano in ognuno di noi: dove saremmo stati inviati, le preoccupazioni di tutto ciò che ci serviva in quella condizione e che ci mancava, la situazione dei familiari, per molti con la guerra in casa.
I generali erano caduti dal piedestallo della gerarchia militare: nella nostra baracca qualcuno si era dato da fare per lavare sotto il rubinetto a disposizione i calzini che gli restavano. Castello di legno come noi, sacco di trucioli e piallatura, materasso e cuscino, d’una qualche morbidezza dei primissimi giorni e dopo una tavola vera e propria di legno.
I soldati venivano spesso a trovarmi: commenti sulla sbobba, sul pane scarso, dove saremmo stati destinati … Pochissimi giorni dopo venimmo informati da un interprete che gli ufficiali, con eccezione dei generali, sarebbero stati trasferiti altrove. Alle sette del mattino del giorno seguente venimmo fatti uscire dalle baracche per procedere, incolonnati, lungo il reticolato di divisione interna. Dall’altra parte di quel filo spinato erano accorsi i miei soldati, i sottoufficiali, il sergente maggiore Usai, l’attendente Paganelli. Non si potevano scavalcare i reticolati.
Ci stringemmo le mani nei varchi dei reticolato. Stavano piangendo, dei soldati che avevano fatto la guerra, la perdita d’un genitore.
Nel corso del viaggio di trasferimento era prevista una sosta, in pieno giorno, lungo il binario della stazione d’una città polacca, dove i tedeschi avevano predisposto la distribuzione del mestolo di brodo di rape, la cosiddetta sbobba.
Sorvegliati da sentinelle armate come in ogni fermata del convoglio, ci venne offerta l’occasione di sgranchirci le gambe dopo quella lunga prima parte del nostro trasferimento.
Il fascio di binari adiacenti al nostro era attraversato in alto da un ponte di metallo che consentiva agli abitanti del luogo il transito da una parte all’altra della ferrovia che disponeva di una stazione nel centro cittadino.
Mi capitò di vedere più avanti dei colleghi di sventura che si chinavano per raccogliere qualcosa da terra. Avvicinatomi mi accorsi che dei civili polacchi, uomini e donne, di passaggio sul ponte lasciavano cadere del pane e della frutta. Ma ormai se n’erano accorte anche le nostre sentinelle, che cominciarono a gridare minacciosamente in direzione dei polacchi.
Quell’iniziativa a nostro favore venne così stroncata, anche se qualche giovane, incurante del rischio, lasciò ancora cadere qualcosa precipitandosi poi a confondersi nella calca della gente che continuava a passare sul ponte.
La distribuzione della sbobba venne effettuata ai margini della stazione, in coda ad una lunga siepe molto frondosa, lungo la quale eravamo disposti, uno per uno, in una lunga fila.
Prima d’arrivare allo slargo che consentiva la distribuzione del brodo “vegetale”, a ciascuno di noi una mano che fuoriusciva dalla siepe offriva due sigarette senza farsi vedere e riconoscere da noi, per evitare ovviamente il pericolo della reazione dei tedeschi.
Dopo l’ultima interminabile sosta in aperta campagna, il giorno 28 di settembre giungemmo a destinazione: eravamo a Przemysl, ad ovest di Leopoli.
I soldati che ci ricevettero in consegna ci accompagnarono per alcuni chilometri di strada che percorremmo con difficoltà pungolati dai frequenti “Schnell!” urlati a gran voce, come lo sa fare il soldato tedesco, fino all’ingresso della rinomata fortezza che prende il nome della città di Przemysl, che sarebbe divenuta il nostro Stammlager 347 di Neribka, destinato insieme a quello di Pikulica, ad isolare gli internati già ufficiali dell’esercito che aveva finito di combattere.
La città di Przemysl, situata sulla ferrovia di Cracovia e Leopoli, si trova nella Galizia polacca. Alla distanza di alcuni chilometri si erge la rinomata Fortezza che prende nome appunto dalla città di Przemysl.
Si dice nel campo che il comandante Valentino Petchnich, austriaco, sia nato addirittura a Trieste e che conosca la lingua italiana, ma il vero lagerfuhrer è il capitano delle SS Reyner, a capo della sicurezza nei due campi di Neribka e Pikulica, dove sono rinchiusi i prigionieri o internati di guerra italiani.
Già sotto la sovranità austriaca, durante la prima guerra mondiale, la Fortezza era stata un importante centro di campi trincerati.
Negli anni 1914 e 1915 la Fortezza aveva avuto il compito di sbarrare all’esercito russo il transito oltre i Carpazi.
A parte il freddo, la fame non tarda a farsi sentire divenendo anzi il principale tormento degli internati.
Chi scrive si è trovato con altri colleghi a cercare e raccogliere la scarsa erba selvatica che cresceva spontanea sul terreno sabbioso nel vasto cortile della Fortezza per mangiarla senza alcun condimento, dopo averla fatta bollire in un catino smaltato, in qualcuna di quelle occasioni con dentro qualche topolino di campagna catturato con la coperta mentre stava spuntando da uno dei numerosi fori vigilati dagli italiani affamati.
A Przemysl ha inizio la vera vita dell’internato, caratterizzata da uno stato di orrenda fame senza fine, dalla mancanza di tutto ciò che serve ad un essere umano, coperto degli stessi indumenti, che indossava di giorno e di notte, e dalla perdurante incertezza su ciò che sarebbe accaduto in seguito.
La mancanza libertà, l’essere rinchiusi in un campo limitato da alti reticolati, guardati giorno e notte dai soldati di servizio alla mitraglia collocata su alte torrette, il dormire sullo strato di trucioli induriti, la mancanza di biancheria, l’adunata una volta al giorno nel cortile, per ore ed ore dedicate alla conta delle presenze, esposti al vento gelido, alla pioggia e più tardi alla neve, con la coperta di spettanza sulle spalle, la mancanza di notizie da casa per lunga durata, erano gli aspetti normali della vita degli internati nei lager della Germania di Adolph Hitler. Se si pensa al voltafaccia di cui eravamo accusati, quasi fossimo stati i protagonisti della politica italiana, non si poteva escludere che il nostro internamento avrebbe potuto avere una fine più tragica di quella subìta, con oltre 40.000 vittime su un totale di circa 600.00 deportati.
Si potrebbe azzardare a sostenere che il duro trattamento non sarebbe stato esageratamente brutale se fosse mancata la nota dolente della fame continua, di giorno e di notte, senza tregua, indescrivibile a chi non l’ha provata di persona. Il tormento d’ogni singolo giorno, apparentemente più lungo delle sue ventiquattro ore, delle notti interminabili, era connesso alla voglia matta di mangiare, con la fame bestiale sempre presente, con il trascurabile pezzo di pane che spariva in un autentico attimo o talvolta col pezzo di patata cui veniva dato il valore dell’oro.
Non potevano non prendere il via i pochi oggetti d’un qualche valore, una catenella, l’anello, l’orologio, che venivano scambiati con pane, con qualcosa da mangiare sottratta probabilmente alla nostra spettanza dai soldati tedeschi. Anche sotto questo aspetto, tutto il mondo è paese.

Gianni Giuricin